Beniamino Gigli: storia del grande tenore marchigiano

“Una voce stupenda, uno smalto d’oro bianco – di platino, quasi – distesa con lo stesso spessore su una gamma di almeno 14 note tra il Re sotto il rigo e il Do acuto; senza incrinature, senza macchia. Larga, sostanziosa in ogni suono, flessibile, carezzevole e grata negli accenti anche più risoluti…”: così il critico Eugenio Gara descriveva Beniamino Gigli all’indomani della sua morte. Lungi dall’essere solo una voce eccezionale, però, Beniamino Gigli fu anche un uomo dal grande talento e dalla personalità unica, capace di condurre una vita intensa, affascinante, cui fece da sfondo un secolo caratterizzato da grandi sconvolgimenti politici e sociali.

Ultimo di sei figli, Beniamino Gigli nacque a Recanati nel 1890. Mostrò fin da bambino spiccate doti canore e, all’età di sette anni, entrò a far parte del Coro Pueri Cantores della Cattedrale di Recanati. Nonostante la povertà della famiglia, Gigli riuscì, grazie a svariati lavori e sacrifici, a prendere lezioni di canto dal maestro Quirino Lazzarini, direttore del Coro della Santa Casa di Loreto.

La prima svolta arrivò a quindici anni, quando fu scelto a Macerata come protagonista femminile dell’operetta di Alessandro Billi, La fuga di Angelica. Grazie a questa buona prova, e alle altre che seguirono, la famiglia si convinse a mandarlo a Roma, dove ebbe la possibilità di studiare al Conservatorio di Santa Cecilia, sotto la guida di Enrico Rosati.

Un altro punto cruciale fu il primo posto ottenuto ad un prestigioso concorso internazionale di canto, tenutosi a Parma nel 1914. Un aneddoto curioso legato a questo evento riporta come un membro della giuria, particolarmente impressionato dall’esibizione di Gigli, avesse scritto nella propria valutazione un entusiastico quanto profetico “Abbiamo finalmente trovato il tenore!!”. Nell’ottobre dello stesso anno Gigli avrà infatti il suo debutto teatrale, interpretando Enzo nell’opera La Gioconda di Amilcare Ponchielli al Teatro Sociale di Rovigo, e da quel momento la sua carriera conoscerà una forte e costante ascesa, che lo porterà ad esibirsi in tutti i ruoli ed in tutti i teatri italiani principali, come il Teatro Alla Scala di Milano, in cui cantò nel Mefistofele di Arrigo Boito, diretto da Arturo Toscanini.

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Il lavoro di Gigli negli anni successivi si spostò poi all’estero, toccando, tra le altre città, Madrid, Montecarlo, Rio de Janeiro, Buenos Aires, fino ad approdare nel 1920 al Teatro Metropolitan di New York, dove rimase protagonista incontrastato della scena lirica per dodici anni. Interprete di ben 28 ruoli, a New York Gigli fu definitivamente incoronato come l’erede, per quanto concerne il repertorio lirico e romantico, di Enrico Caruso, morto nel 1921; pare tuttavia fosse solito replicare, a chi lo definiva il “Caruso Secondo”, di preferire l’appellativo di “Gigli Primo”. In questi anni gloriosi, la fama di Gigli arrivò anche in altre città americane, come Chicago, Philadelphia o San Francisco, mentre nel 1930, grazie ad una tournée in Europa, fece il suo debutto al Covent Garden di Londra.

Nel 1932, dopo che la Grande Depressione aveva costretto anche il Metropolitan a ridurre i compensi per i suoi interpreti, Beniamino Gigli tornò in Italia, svolgendo gran parte della sua attività nel Teatro dell’Opera di Roma.

Con la guerra, la carriera di Gigli si arrestò temporaneamente, anche in seguito alle accuse di collaborazionismo con il regime fascista di Mussolini, che gli costarono l’esclusione dal grande concerto toscaniniano che inaugurava il Teatro alla Scala di Milano nel dopoguerra. Avvicinatosi allora alla Democrazia Cristiana, tornò presto sulla scena, esibendosi nel marzo del 1945 nella Tosca al Teatro di Roma.

Gigli continuò la sua attività, a livello sia nazionale che internazionale, fino al 1955, quando, per motivi di salute, diede l’addio alle scene con un’ultima tournée americana, conclusasi alla Constitution Hall di Washington con l’ultimo concerto assoluto del grande tenore italiano. Tornato a Roma, morirà due anni dopo, il 30 novembre 1957.

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Dotato sia di un grande talento naturale che di una tecnica invidiabile, visibile soprattutto nella sua insuperata esecuzione del “falsettone”, Beniamino Gigli occupa un posto di rilievo nella storia dell’opera lirica italiana. Il suo canto fluido, dolce e al contempo potente, capace di mostrare costante tensione drammatica e pura emotività, lo resero uno dei massimi tenori del nostro tempo. Tra le sue interpretazioni più celebri, vanno ricordate quelle in L’elisir d’amore di Donizetti, La Traviata e Aida di Verdi, la Bohème e la Tosca di Puccini, Andrea Chénier di Giordano e Cavalleria Rusticana, diretto dallo stesso Mascagni.

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Deve parte della sua fama anche alle sue apparizioni cinematografiche, in cui rese celebri alcuni dei brani più noti della canzone italiana, come Non ti scordar di me e Mamma (ascoltala qui) , e alle sue interpretazioni del repertorio musicale napoletano, in cui emergeva l’intrinseca bellezza e sincerità della personalità e dell’esecuzione di Gigli, che ancora oggi lo rendono immediatamente riconoscibile e apprezzabile.

Un pensiero conclusivo sulla figura e sull’importanza di Beniamino Gigli, oggi che ricorre il 60° anniversario della sua morte, può essere quello di Paolo Isotta, critico e musicologo, che scrisse:

“Onore a Gigli, altissimo tenore, una voce luminosa, una tecnica straordinaria. Una figura del tutto eccezionale della quale si parla e si scrive troppo poco. Eppure si tratta, insieme con Caruso, forse persino al di sopra di lui, del più grande tenore di questo secolo. Quando si ciancia sui meriti (beri o presunti) dei divi attuali, Gigli andrebbe tenuto come termine di paragone; in molti casi, come il metro stesso al quale giudicare tutti gli altri…”.

 

 

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