Carlo Goldoni e la Riforma della Commedia

Il 6 febbraio del 1793 moriva a Parigi Carlo Goldoni, il celebre commediografo italiano, artefice di una radicale riforma del teatro comico. In occasione del 225° anniversario della sua morte, andiamo a scoprire la vita intensa di questo autore e il suo pensiero rivoluzionario.

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Sebben non ho trascurata la lettura de’ più venerabili e celebri Autori, da’ quali, come da ottimi Maestri, non possono trarsi che utilissimi documenti ed esempli: contuttociò i due libri su’ quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro.

Carlo Goldoni

 

Carlo Osvaldo Goldoni fu un drammaturgo, scrittore, librettista e avvocato italiano. Nato il 25 febbraio del 1707 a Venezia da una famiglia borghese che versava in notevoli difficoltà economiche, scoprì la passione per il Teatro, e soprattutto per la Commedia, già nell’infanzia, componendo la sua prima “opera” a soli 9 anni.

I primi anni della vita di Goldoni furono essenzialmente itineranti: nel 1719, infatti, raggiunse assieme alla madre Perugia, dove suo padre lavorava come medico. Venne quindi mandato prima a studiare presso i Gesuiti, poi a Rimini dai Domenicani: la sua insofferenza verso l’insegnamento tradizionale, assieme alla sua vocazione per il teatro, fecero sì che egli abbandonasse questi studi per seguire invece la compagnia comica di Florindo de’ Maccheroni, diretta a Chioggia. Le peregrinazioni però non finirono: Goldoni riprese infatti gli studi dapprima a Milano e successivamente a Pavia presso il Collegio Ghisleri; l’esperienza si rivelerà fallimentare e Goldoni sarà addirittura espulso dal collegio pavese a causa de Il colosso, una satira licenziosa che prendeva di mira le ragazze del posto.

La vita frenetica di Goldoni, che si muoveva di città in città in bilico tra studi e teatro, ebbe un brusco arresto nel 1731, quando il padre morì improvvisamente lasciandogli la responsabilità di provvedere economicamente alla famiglia. Goldoni terminò allora gli studi di legge a Padova e si trasferì a Milano, dove continuò a tentare la carriera nel teatro, alternando la scrittura di melodrammi, allora molto in voga, alle prime opere in prosa. Furono anni positivi per Goldoni: riuscì infatti a ottenere un buon successo con una tragicommedia in versi, Belisario, e conobbe Nicoletta Connio, che di lì a poco diventerà sua moglie. Le opere successive, come il Momolo cortesan, il Momolo sul Brenta, Il mercante fallito e la Donna di garbo, presentando alcune parti interamente scritte dall’autore e non lasciate all’improvvisazione dell’attore, aprirono la strada alla riforma teatrale che renderà celebre Goldoni e cambierà il volto della Commedia.

Dopo una breve parentesi come avvocato, nel 1745 uno dei più famosi capocomici dell’epoca, Girolamo Medebach, gli offrì di lavorare per il teatro veneziano di Sant’Angelo, dandogli anche la libertà di lavorare su quella riforma teatrale che Goldoni stava mettendo in atto e che doveva restituire all’autore dell’opera comica quella centralità ormai perduta. Celebre rimane il biennio 1750-1751, in cui Goldoni promise al pubblico veneziano ben sedici nuove commedie: mantenuta la promessa, Goldoni ottenne la definitiva consacrazione. Quelli veneziani furono anni di grandi successi, coronati dal capolavoro La locandiera, che lascia nell’immaginario collettivo la figura di Mirandolina, ma anche di faide con altri autori teatrali, soprattutto Carlo Gozzi e Pietro Chiari, e dissapori con lo stesso Medebach.

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Eleonora Duse veste i panni di Mirandolina, protagonista de La locandiera, 1891 ca.

I crescenti contrasti con Medebach portarono Goldoni ad abbandonare il Teatro di Sant’Angelo per il Teatro di San Luca, di proprietà dei fratelli veneziani Antonio e Francesco Vendramin, dove rimase fino al 1762.  A questo periodo risalgono grandi lavori teatrali come i Rusteghi, i tre testi che compongono la “trilogia della villeggiatura” (Le smanie della villeggiatura, Le avventure della villeggiatura e Il ritorno dalla villeggiatura) o Le baruffe chiozzotte; opere, queste, che contengono una critica alla borghesia dell’epoca e si impegnano a portare sulla scena persone umili, popolani e storie di realtà quotidiana.

Nel 1762 si chiuse la sua collaborazione con il Teatro di San Luca e anche la sua permanenza in Italia: Goldoni si trasferì infatti a Parigi a lavorare per la Comédie Italienne, alla ricerca di un pubblico e di un gusto più favorevoli al suo teatro riformato. Purtroppo, anche in Francia il pubblico continuava a richiedere una commedia leggera e disimpegnata, basata su canovacci e ricca di colpi di scena e peripezie, e le opere di Goldoni non ottennero mai grandi consensi. Col passare del tempo, anche la creatività di Goldoni cominciò a scemare, ed egli decise dunque di accettare l’offerta di Luigi XV e diventare maestro d’italiano per le principesse reali a Versailles, rimanendo attivo in città come organizzatore di spettacoli. L’ultimo capolavoro di Goldoni fu Il burbero benefico, andato in scena nel 1771; nel 1772 si ritirerà dalle scene.

Negli ultimi anni di vita, Goldoni si dedicò alla stesura della sua autobiografia in francese, i Mémoires (pubblicati nel 1787), sostenuto solo dalla modesta pensione che gli veniva dal suo ruolo di precettore a Versailles; scoppiata la Rivoluzione, però, anche questa gli fu abolita, e Goldoni, dopo una vita di successi e di gloria, trascorse l’ultimo anno di vita in una condizione di malattia e miseria. Morì il 6 febbraio del 1793: solo pochi giorni prima era stato deciso il ripristino della sua pensione.

La figura di Goldoni ha ispirato, e continua ad ispirare, molte opere teatrali: soprattutto tra Settecento e Ottocento, infatti, furono numerose le commedie che includevano Goldoni stesso tra i personaggi. Di lui venivano portati sulla scena tutti gli aspetti della vita, quelli felici e quelli meno lieti: fu così che Goldoni visse una seconda vita e vide la sua fama pressoché inalterata fino ad oggi.

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La sua eredità teatrale, il suo progetto riformatore, la sua visione della commedia e del ruolo dell’autore rimangono mirabilmente espressi nella sua opera Il teatro comico, del 1745.

Prima dell’intervento di Goldoni, gli autori di commedie erano solamente dei soggettisti, il cui lavoro consisteva nell’abbozzare a grandi linee una vicenda e nello sceneggiarla sommariamente: l’opera era infatti creata in gran parte dagli attori, che erano liberi di improvvisare dialoghi, monologhi, battute comiche e movimenti scenici. Per Goldoni, invece, alle opere teatrali spettava tutta un’altra dignità letteraria, quella della forma scritta e stampata, che le rendesse definitive, pur riadattabili a seconda dei desideri, e tramandabili.

Goldoni propose dunque un passaggio fondamentale nel teatro: quello dalla commedia “di intreccio” a quella “di carattere”. Nella prima, basata su personaggi stereotipati o  maschere, dotati di caratteri e comportamenti perfettamente riconoscibili e prevedibili fin dall’inizio, lo spettatore era solamente interessato allo svilupparsi della vicenda, che era sempre caratterizzata da storie fantasiose, vicende improbabili, equivoci, scambi di persona, colpi di scena; nella seconda, invece, il carattere dei personaggi andava scoperto piano piano, si definiva man mano che l’opera prendeva forma: il pubblico non doveva appassionarsi alla trama, decisamente meno complessa, ma allo sviluppo e alla scoperta della psicologia dei personaggi. Per questo scopo, era necessario che le maschere abbandonassero definitivamente la scena, così come le trame inverosimili e il linguaggio barocco che niente aveva a che fare con la lingua del popolo.

Il teatro di Goldoni, quindi, risulta figlio del pensiero razionale illuminista, che vuole la gente comune al centro della Storia: le vicende quotidiane, le figure umili, il linguaggio dialettale, dovevano avere un intento politico e pedagogico, agendo come uno specchio nel quale il popolo potesse rivedere se stesso e riflettere su se stesso, definendo la sua identità e il suo ruolo nella Storia.

 

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