Enrico Caruso, un mito intramontabile

Il 25 febbraio 1873, 145 anni fa, nasceva a Napoli il più celebre e ammirato tenore italiano nel mondo: Enrico Caruso. Caruso nacque in un’epoca d’oro per l’opera lirica italiana, un’epoca caratterizzata da compositori prolifici come Pietro Mascagni, Giacomo Puccini o Ruggero Leoncavallo, ma anche da grandi direttori d’orchestra quali Arturo Toscanini, che lo accompagnerà in moltissime esibizioni nel corso della  sua carriera.

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Nato in una famiglia piuttosto umile, Caruso fin da piccolo dimostrò un timbro eccezionale e una predilezione per le arti e per il canto, partecipando al coro di diverse parrocchie locali e imparando le prime arie d’opera e le prime nozioni sul canto dai maestri Schirardi e De Lutio. Fu solo a diciotto anni, però, che Caruso poté iniziare lo studio serio e regolare del canto, grazie al maestro Guglielmo Vergine, e, già tre anni dopo, nel 1894, fu in grado di debuttare al Teatro Nuovo di Napoli nell’opera L’amico Francesco di Mario Morelli.

La carriera di Caruso esplose rapidamente, portandolo a esibirsi dapprima nei maggiori teatri italiani, come il San Carlo di Napoli o La Scala di Milano, dove andrà in scena nel 1900 ne La Bohème diretto da Toscanini, quindi nelle principali città europee e mondiali: dalla Russia a Lisbona, da Montecarlo a Londra, da Il Cairo a Buenos Aires, Caruso interpretò personaggi di tutte le opere più importanti, come il Rigoletto, La Bohème, il Faust, la Tosca, la Traviata, il Trovatore

Durante una delle tournée, Caruso conobbe il soprano Ada Botti Giachetti, allora sposata e con un figlio, di cui si innamorò e con cui iniziò una relazione passionale e burrascosa che durò undici anni e da cui nacquero due figli. La storia d’amore si interromperà improvvisamente quando Ada lo lascerà per fuggire con il loro autista, col quale cercherà anche di estorcere denaro a Caruso. La vicenda si risolverà in tribunale, dove la Giachetti sarà riconosciuta colpevole e condannata.

Intanto, nel 1901, Caruso andò in scena al Teatro San Carlo di Napoli con L’elisir d’amore: qui, nella sua città natale, l’emozione lo tradì, rendendo la sua esibizione tecnicamente imperfetta ma estremamente suggestiva e appassionata: se il pubblico dimostrò di apprezzare molto l’esecuzione, il critico Saverio Procida ne scrisse negativamente nel giornale Il pungolo, portando Caruso a una decisione drastica e che risulterà inamovibile, quella di non esibirsi mai più a Napoli.

Nel 1903, infatti, Caruso si trasferì in America, andando a lavorare al celebre Metropolitan di New York e diventando ben presto idolo incontrastato della scena teatrale e musicale. In America Caruso trovò una fama ed un’ammirazione sconfinate ed imperiture: la sua voce passionale, lirica, vigorosa che andava scurendosi col passare degli anni rappresentava una novità rispetto ai cantanti classici presenti fino ad allora.

Nel 1902 incise dieci dischi con arie d’opera per la casa discografica inglese Gramophone&Typewriter Company, diventando il primo cantante a sperimentare questa nuova tecnologia e ottenendo un successo clamoroso, che lo porterà a incidere altri dischi negli anni successivi: in particolare, l’aria Vesti la Giubba, tratta da I Pagliacci di Leoncavallo, superò il milione di copie vendute, rendendo Caruso il primo artista a raggiungere un simile traguardo, che sarà premiato anche con il Grammy Hall of Fame Award 1975.

Nel 1909 Caruso incise una serie di ventidue canzoni napoletane che comprendeva anche Core ‘ngrato, scritta da Riccardo Cordiferro e da Salvatore Cardillo e ispirata alle sue vicende sentimentali dopo l’abbandono da parte della Giachetti.

Dimostrò anche di saper andare oltre il suo ruolo di cantante lirico, prendendo parte come attore in sperimentali pellicole cinematografiche, allora altro mezzo d’innovazione d’arte in ascesa, come il film My Cousin di Edward Josè e la trasposizione dell’opera Lucia di Lammermoor;

La carriera di Caruso era un fiume in piena che sembrava non poter avere fine. Nel 1920, tuttavia, dopo un’ennesima tournée in America, la sua salute iniziò a peggiorare, costringendolo ad un prematuro ritiro dalle scene: il 24 dicembre dello stesso anno fece l’ultima apparizione al Metropolitan, il teatro che lo aveva definitivamente consegnato alla fama mondiale, in quella che fu la sua 607° esibizione newyorkese.

Dopo la diagnosi, che lo vedeva affetto da una pleurite infetta, tornò in Italia, a Sorrento, per quelli che saranno gli ultimi mesi di vita. Trasportato d’urgenza a Napoli, morirà infatti il 2 agosto del 1921, a soli 48 anni. Proprio agli ultimi giorni del grande tenore, Lucio Dalla ha poi dedicato una delle sue più celebri canzoni, Caruso.

In un panorama musicale in cui il canto lirico cercava faticosamente di liberarsi dalle leziosità tipiche dell’Ottocento per abbracciare le passioni violente delle nuove opere, Caruso fu il simbolo del cambiamento, grazie alla sua capacità di interpretare ogni tipo di ruolo, al suo stile unico e a una voce sofferta, malinconica, penetrante, dolce e allo stesso tempo tenebrosa, viva. Osannato tenore lirico, interprete ineguagliabile della canzone napoletana, icona planetaria capace di vendere un milione di dischi, Caruso fu in grado di abbattere tutti i limiti della propria arte e tutti i pregiudizi degli artisti dell’epoca, diventando così un mito intramontabile.

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«La vita mi procura molte sofferenze. Quelli che non hanno mai provato niente, non possono cantare.»

Enrico Caruso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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