La donna e il Teatro

Il teatro, per la sua potenza comunicativa, per la sua possibilità di veicolare tematiche importanti, per la sua ricchezza espressiva e per la sua immediatezza, per la sua natura di specchio della realtà e per la sua capacità di leggere il presente e anticipare il futuro, ha sempre rappresentato lo strumento migliore per dare voce alle donne e per proporre una riflessione sul loro ruolo nel mondo e nella società.

La storia stessa tra il teatro e le donne è esito e allo stesso tempo origine della concezione che la società aveva della donna e dei suoi cambiamenti storici. Se nell’antichità, in Grecia e a Roma, alle donne non era permesso recitare o scrivere opere teatrali (a Roma potevano solo apparire nei mimi, imitazioni di una realtà spesso grottesca), è pur vero che il mondo femminile aveva un ruolo centrale in ogni spettacolo. Proprio perché la cultura classica considerava le donne più portate all’emotività, i personaggi femminili venivano utilizzati dagli uomini per esplorare stati emotivi e psicologici altrimenti preclusi, per rappresentare gli estremi di dolore e di passionalità. Memorabili sono le protagoniste tragiche giunte fino a noi, ognuna delle quali dimostra un approfondimento psicologico notevole e diverso: tra tutte, Medea simboleggia la follia del sentimento, il desiderio di vendetta che supera l’amore materno, mentre Alcesti il superamento degli stereotipi femminili e della distinzione di ruolo tra uomo e donna, grazie alla sua capacità di prendere l’iniziativa e imporre il proprio volere. Particolarmente significativa è poi la figura di Antigone, che simboleggia ancor oggi la scelta tragica, la forza di opporsi e andare incontro al proprio destino; non è un caso che sia stata utilizzata come simbolo di diverse opposizioni politiche, da quella contro l’occupazione francese da parte dei Nazisti a quella contro l’apartheid.

Dopo un periodo particolarmente negativo in concomitanza con il Medioevo e l’opposizione della Chiesa Cattolica, il teatro risorge con rinnovato vigore a partire dal ‘500. Il desiderio di innovazione, di cambiamento, l’interesse culturale e antropologico tipico del periodo tra Umanesimo e Rinascimento, si traducono anche in una nuova riflessione sulla condizione femminile.
Dalla metà del Cinquecento si afferma un tipo di spettacolo basato su canovacci, che lasciava ampio spazio all’improvvisazione e permetteva anche alle donne di recitare e di sfoggiare il loro talento e la loro cultura. Con la Commedia dell’arte, poi, le donne verranno coinvolte anche nella stesura dei canovacci stessi, e spesso otterranno anche il ruolo di capocomiche. Tuttavia, questa rimane un’epoca in cui la donna che recitava era considerata di facili costumi, particolarmente pericolosa poiché in grado di ingannare e ammaliare l’uomo con le sue abilità teatrali.
Nel Settecento e nell’Ottocento l’interpretazione femminile acquisisce una nuova centralità, fino a diventare il perno dell’azione scenica, e parallelamente aumenta anche il pubblico femminile della commedia, con le donne sempre più fruitrici delle opere teatrali. In questo periodo, uno degli scrittori più influenti è Carlo Goldoni, che crea un gran numero di personaggi femminili: donne nuove, moderne, complesse, tra cui spicca Mirandolina, protagonista della commedia La Locandiera.

Il teatro era il principale mezzo mediatico tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, prima dell’arrivo del cinema e della televisione, e in quanto tale contribuiva profondamente a definire e modellare l’opinione comune, specialmente quella del ceto borghese, che costituiva la maggior parte del suo pubblico. Presentando un’immagine della donna che si allontanava, anche leggermente, da quella tradizionale di madre e di moglie devota, il teatro ha partecipato attivamente al processo di emancipazione femminile.

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Eleonora Duse ha avuto un ruolo centrale nella storia del teatro fra Otto e Novecento: intorno a lei si muoveva un mondo intellettuale e artistico destinato a lasciare tracce significative nell’evoluzione dell’idea stessa di teatro. La sua carriera, che la rese famosa anche in Francia, in Russia, in Germania e negli Stati Uniti, è contraddistinta dalla sperimentazione e da una costante ricerca, e il suo repertorio, vario ed eclettico, riflette l’evoluzione del teatro del periodo. Gli incontri umani e artistici la portarono da grandi autori, quali Giovanni Verga, per il quale sarà la prima interprete di Cavalleria rusticana, Arrigo Boito, Gabriele D’Annunzio.

A Eleonora Duse si deve infine l’introduzione di Ibsen sulle scene italiane, con la sua memorabile interpretazione di Nora in Casa di bambola. La “tragica sapiente”, come la definì Gabriele D’Annunzio, era convinta che occorresse modificare profondamente la situazione delle giovani attrici a partire dalla mentalità e dall’educazione. Certa che l’attore avesse bisogno di cultura per poter vivere le svariate esistenze, nel 1914 tentò di organizzare, con i propri mezzi, una Libreria delle Attrici a Roma. L’iniziativa della Duse era nuova e rivoluzionaria nell’Italia dei primi anni del Novecento, non soltanto per l’impegno sociale dimostrato dall’attrice, ma per l’interessante dibattito che questa operazione riuscì a suscitare nel mondo teatrale italiano dell’epoca.
In quegli anni, la Duse frequentò anche alcune esponenti del nascente movimento femminista, come Matilde Serao o Alberta Alberti, partecipando ai loro congressi. La Libreria delle Attrici venne inaugurata nel maggio 1914, ma fallì dopo pochi mesi, anche a causa della situazione politica disastrosa.

Dal secondo dopoguerra si assiste ad un generale risveglio culturale che vede protagoniste anche le donne. Nel teatro troviamo, tra le pioniere, Dacia Maraini, che negli anni Sessanta fondò il Teatro della Maddalena a Roma per portare in scena le battaglie sociali e il privato delle donne. Solo dalla fine degli anni Ottanta, però, questi primi tentativi sperimentali danno frutti anche a livello nazionale e le autrici si moltiplicano. I nuovi testi affrontano tematiche tipicamente femminili, come la maternità e la vita domestica, ma soprattutto forniscono un nuovo punto di vista su molti altri temi. Nel 1991 nasce il Teatro delle Donne, che propone un teatro scritto, pensato e realizzato dalle donne, che copre un ventaglio di temi sempre più ampio e tocca generi, stili e linguaggi differenti che rappresentano alcuni dei fermenti più interessanti della drammaturgia contemporanea.

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Un’altra donna molto influente, in ambito teatrale ma anche in quello politico e sociale, è stata Franca Rame. Esponente del movimento femminista, senatrice per l’Italia dei Valori, Franca Rame era nata in una famiglia tradizionalmente legata al teatro. La sua storia d’amore con il palcoscenico iniziò dunque prestissimo, e fu consacrata definitivamente dopo l’incontro con il marito, Dario Fo, col quale si dedicò fortemente anche alla lotta politica e sociale, partecipando soprattutto alle proteste del ’68. Vittima di una brutale aggressione da parte di un gruppo di neofascisti, Franca Rame dimostrò la sua forza portando sulla scena l’incubo che aveva vissuto, nel monologo Lo stupro, e continuando nel suo impegno sociale assieme al marito.

Negli ultimi anni le donne hanno conquistato una propria soggettività sulla scena che, pur variegata e disomogenea, ha dato origine a una prolifica produzione di testi e spettacoli al femminile. Dalla consapevolezza della loro diversità e del loro punto di vista unico, è venuto alla luce un linguaggio nuovo nella drammaturgia contemporanea, nuovo soprattutto perché a lungo taciuto. Oggi non ci meraviglia più il fatto che le donne scrivano per il teatro: superato il momento della protesta e della rivendicazione, la donna può oggi affrontare qualsiasi argomento e tematica, arricchendola con la propria psicologia e personalità. I passi da fare sono ancora molti, tuttavia si può finalmente scorgere nel teatro italiano una certa continuità tra l’operato delle varie drammaturghe, e un tentativo sempre più concreto di promuovere una creatività e un linguaggio teatrale prettamente femminile.

 

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