HENRIK IBSEN: IL DRAMMA BORGHESE TRA DENUNCIA SOCIALE, SIMBOLISMO E TRAGEDIA GRECA

L’autore più rappresentato al mondo dopo Shakespeare, Henrik Ibsen è stato uno dei principali artefici della moderna drammaturgia, capace di scavare negli abissi dell’essere umano, di portare in scena personaggi incredibilmente vivi e reali e di comprendere a fondo i conflitti, interiori ed esteriori, del mondo moderno.

ibsen

Nato il 20 marzo di 190 anni fa a Skien, un piccolo borgo nel Sud della Norvegia caratterizzato da una radicata mentalità nazionalista e romantica, Ibsen dimostrò subito di avere una vocazione per l’arte e per la letteratura. I dissesti economici della famiglia lo costrinsero però ad accantonare temporaneamente il suo sogno per lavorare come apprendista in una farmacia di Grimstad. Pochi anni dopo, sulla scia degli entusiasmi rivoluzionari del 1848, Ibsen scrisse il suo primo dramma, Catilina, in cui emerge già uno dei temi portanti del suo pensiero e della sua produzione teatrale, ossa il contrasto tra l’aspirazione dell’uomo al sublime e la sua incapacità di raggiungerlo.

Nel 1851, dopo aver abbandonato gli studi per dedicarsi completamente alla passione per la letteratura e per il teatro, Ibsen diventò il direttore artistico del Nationaltheater di Bergen, per poi trasferirsi a Cristiania a dirigere il Norske Theater fino al suo fallimento, avvenuto nel 1862.

Da questo momento cominciò per Ibsen un lungo periodo di viaggi e soggiorni, anche molto lunghi, all’estero: tra Danimarca, Egitto, Germania e Italia, ovunque andasse Ibsen trovava occasioni di riflessione e spunti per i suoi lavori, che finivano immancabilmente per destare turbamenti, scandali e proteste in tutti i teatri europei.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, Ibsen scrisse le opere La lega dei giovani e I pilastri della società: in questi lavori di stampo prettamente sociale, l’autore mira a una denuncia dell’ipocrisia della società del suo tempo e realizza i primi drammi borghesi in cui vengono sviluppate anche le potenzialità del realismo scenico.

Casa di bambola Valentina Sperlì e la stupenda scenografia sghemba-2

Nel 1878, mente si trovava a Roma, Ibsen compose uno dei suoi lavori più celebri, Casa di bambola. La protagonista, Nora, sinceramente convinta della solidità e dell’onestà dell’amore alla base del suo matrimonio, arriva ad indebitarsi con un usuraio per salvare suo marito. Quest’ultimo, però, contrariamente a Nora, è profondamente legato all’idea di onorabilità e alla sua reputazione, e non esita a ripudiare la moglie, almeno fin quando non si presenta la possibilità di celare il misfatto ed evitare lo scandalo. Ormai messa di fronte alla realtà di un matrimonio che era solo frutto di convenzioni sociali e non di vero sentimento, Nora si rende conto di essere stata fino ad allora nient’altro che una bambola inserita in un ambiente finto e costruito,  e decide di abbandonare la famiglia per cercare la propria identità di essere umano.

Quest’opera, accolta da numerose polemiche poiché ritenuta eccessivamente femminista, in realtà non vuole essere propriamente un sostegno alla causa femminista, quanto piuttosto un invito all’umanità intera a raggiungere la propria pienezza esistenziale. Nora infatti non fugge dal ruolo di madre e moglie irreprensibile che le viene imposto dalla società, ma dall’idea stessa di ruolo predefinito. Il dramma è quello che può affliggere qualunque persona, ossia la percezione del conflitto tra la propria etica e la morale della società che sta intorno, ed è su questo dramma che si affligge il mondo moderno.

Nell’ultima fase della sua vita, Ibsen evolse verso un approccio più intimo e le sue opere si tinsero di simbolismi e toni elegiaci, visibili in drammi come L’anitra selvatica (1884) o Hedda Gabler (1890). Questi ultimi lavori mostrano anche l’interesse di Ibsen per il mondo dell’ipnosi, della psicologia e dell’occulto.

Ormai raggiunta la fama internazionale, Ibsen nel 1891 lasciò definitivamente Roma per tornare a Cristiania. Agli ultimi della sua vita risalgono le opere John Gabriel Borkmann e Quando noi morti ci risvegliamo, del 1899. Ibsen morirà nel 1906, dopo che sei anni prima era stato colpito da paralisi.

I drammi di Ibsen rimangono ancora oggi tra i più significativi e attuali, grazie alla capacità di raccontare la natura umana e i suoi conflitti eterni ed irrisolvibili. I protagonisti, eroi moderni, si distinguono, per l’ardore e la passione con cui cercano invano di elevarsi e raggiungere i propri ideali, dalla massa dei mediocri, dei deboli e dei limitati, contro cui Ibsen si scaglia violentemente. Ad attenderli resta comunque il fallimento o la rovina, che si presentano particolarmente tragici proprio per la forza con cui sono stati combattuti, e che non dipendono soltanto da loro: l’uomo non è infatti interamente padrone del proprio destino, ma sconta le pene delle generazioni precedenti e si scontra con l’imperfezione della condizione umana stessa. Questo aspetto ricollega Ibsen agli antichi autori greci, su tutti Sofocle, e dona al teatro di Ibsen uno spirito classico che non smette di stimolare riflessioni affascinare lo spettatore di ogni epoca.

 

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