Alla scoperta della storia delle Marche con la 4ª tappa del nostro viaggio!

Bentornati nella nostra rubrica, dedicata alla scoperta della regione Marche a partire dall’elemento più fondamentale: la sua storia. Dopo esserci lasciati alle spalle le invasioni barbariche, ci immergiamo oggi nel periodo storico a cavallo tra Medioevo e Rinascimento, ricco di cambiamenti politici, ma soprattutto estremamente fecondo a livello artistico e culturale. Buona lettura!

4ª TAPPA
Tra Medioevo e Rinascimento

Il lungo periodo delle invasioni barbariche vide la sua fine solo con l’arrivo di Carlo Magno, che, a capo dell’esercito franco, sconfisse definitivamente i Longobardi nel 773 d.C. e, onorando la Promissio Carisiaca siglata dal padre, Pipino il Breve, donò a Papa Adriano I la parte settentrionale delle Marche, che entrò così a far parte dello Stato della Chiesa. È a questo periodo che risale la diffusione del monachesimo nelle Marche: numerosi furono, infatti, i monasteri benedettini e le abbazie che sorsero nelle principali vie di comunicazione dell’epoca e nei percorsi tracciati dai primi Romei, i pellegrini diretti a Roma.

 

 

La debolezza del potere ecclesiastico, tuttavia, in concomitanza con nuove incursioni da parte di Normanni e Saraceni, consentì la crescita costante dell’autonomia delle singole realtà locali: fu così che nel corso dell’ XI secolo si diffuse il fenomeno dei liberi Comuni. Queste città, spesso in lotta tra loro per il dominio sui territori circostanti, affinarono nel tempo la loro organizzazione e, nel XII secolo, assunsero una nuova forma governativa: il potere esecutivo era in mano ad un consiglio di Anziani, quello legislativo a un Consiglio di rappresentanti delle Arti e dei Mestieri, mentre il potere giudiziario, così come il controllo dell’ordine pubblico, era detenuto da un Podestà. I liberi Comuni più importanti che si formarono nelle Marche furono quelli di Pesaro, Fano, Ancona, Jesi, Fermo e Ascoli Piceno. Ancona, in particolare, divenne una repubblica marinara e, grazie ai suoi rapporti marittimi con l’Oriente, visse grandi momenti di splendore artistico e culturale.

 

 

A partire dal XIII secolo, in molti Comuni iniziò ad affermarsi il dominio di alcune famiglie influenti, così, nel Rinascimento, queste città si trasformarono in Signorie, la prima delle quali fu quella dei Montefeltro, che si costituì ad Urbino. Altre Signorie importanti nelle Marche furono quelle dei Chiavelli a Fabriano, degli Smeducci a San Severino Marche, dei Malatesta a Gradara, dei Varano a Camerino e della famiglia Della Rovere a Senigallia. In queste città si riunivano i più influenti artisti del tempo, chiamati a creare opere di architettura, pittura, poesia e musica, e ciò rese quest’epoca un periodo culturale ed artistico particolarmente ricco.

A partire dal 1353, tuttavia, con la nomina del cardinale Egidio Albornoz a vicario generale dei domini della Chiesa in Italia e la conseguente emanazione delle Costituzioni Egidiane, lo Stato della Chiesa si adoperò per riunire tutti i Comuni e le Signorie della regione sotto il suo controllo diretto o indiretto. Il nuovo assetto politico prevedeva l’esistenza di cinque città maggiori (Ancona, Ascoli Piceno, Camerino, Fermo ed Urbino), nove città grandi (Cagli, Fabriano, Fano, Fossombrone, Jesi, Macerata, Pesaro, Recanati e San Severino Marche), ventidue città e terre medie, ventisei città e terre piccole e tredici terre minori.

Nonostante vari assedi, guerre, conquiste e cambiamenti, le Marche rimarranno parte dello Stato della Chiesa fino al 1860.

A presto con la 5ª tappa del viaggio!

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Beniamino Gigli: storia del grande tenore marchigiano

“Una voce stupenda, uno smalto d’oro bianco – di platino, quasi – distesa con lo stesso spessore su una gamma di almeno 14 note tra il Re sotto il rigo e il Do acuto; senza incrinature, senza macchia. Larga, sostanziosa in ogni suono, flessibile, carezzevole e grata negli accenti anche più risoluti…”: così il critico Eugenio Gara descriveva Beniamino Gigli all’indomani della sua morte. Lungi dall’essere solo una voce eccezionale, però, Beniamino Gigli fu anche un uomo dal grande talento e dalla personalità unica, capace di condurre una vita intensa, affascinante, cui fece da sfondo un secolo caratterizzato da grandi sconvolgimenti politici e sociali.

Ultimo di sei figli, Beniamino Gigli nacque a Recanati nel 1890. Mostrò fin da bambino spiccate doti canore e, all’età di sette anni, entrò a far parte del Coro Pueri Cantores della Cattedrale di Recanati. Nonostante la povertà della famiglia, Gigli riuscì, grazie a svariati lavori e sacrifici, a prendere lezioni di canto dal maestro Quirino Lazzarini, direttore del Coro della Santa Casa di Loreto.

La prima svolta arrivò a quindici anni, quando fu scelto a Macerata come protagonista femminile dell’operetta di Alessandro Billi, La fuga di Angelica. Grazie a questa buona prova, e alle altre che seguirono, la famiglia si convinse a mandarlo a Roma, dove ebbe la possibilità di studiare al Conservatorio di Santa Cecilia, sotto la guida di Enrico Rosati.

Un altro punto cruciale fu il primo posto ottenuto ad un prestigioso concorso internazionale di canto, tenutosi a Parma nel 1914. Un aneddoto curioso legato a questo evento riporta come un membro della giuria, particolarmente impressionato dall’esibizione di Gigli, avesse scritto nella propria valutazione un entusiastico quanto profetico “Abbiamo finalmente trovato il tenore!!”. Nell’ottobre dello stesso anno Gigli avrà infatti il suo debutto teatrale, interpretando Enzo nell’opera La Gioconda di Amilcare Ponchielli al Teatro Sociale di Rovigo, e da quel momento la sua carriera conoscerà una forte e costante ascesa, che lo porterà ad esibirsi in tutti i ruoli ed in tutti i teatri italiani principali, come il Teatro Alla Scala di Milano, in cui cantò nel Mefistofele di Arrigo Boito, diretto da Arturo Toscanini.

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Il lavoro di Gigli negli anni successivi si spostò poi all’estero, toccando, tra le altre città, Madrid, Montecarlo, Rio de Janeiro, Buenos Aires, fino ad approdare nel 1920 al Teatro Metropolitan di New York, dove rimase protagonista incontrastato della scena lirica per dodici anni. Interprete di ben 28 ruoli, a New York Gigli fu definitivamente incoronato come l’erede, per quanto concerne il repertorio lirico e romantico, di Enrico Caruso, morto nel 1921; pare tuttavia fosse solito replicare, a chi lo definiva il “Caruso Secondo”, di preferire l’appellativo di “Gigli Primo”. In questi anni gloriosi, la fama di Gigli arrivò anche in altre città americane, come Chicago, Philadelphia o San Francisco, mentre nel 1930, grazie ad una tournée in Europa, fece il suo debutto al Covent Garden di Londra.

Nel 1932, dopo che la Grande Depressione aveva costretto anche il Metropolitan a ridurre i compensi per i suoi interpreti, Beniamino Gigli tornò in Italia, svolgendo gran parte della sua attività nel Teatro dell’Opera di Roma.

Con la guerra, la carriera di Gigli si arrestò temporaneamente, anche in seguito alle accuse di collaborazionismo con il regime fascista di Mussolini, che gli costarono l’esclusione dal grande concerto toscaniniano che inaugurava il Teatro alla Scala di Milano nel dopoguerra. Avvicinatosi allora alla Democrazia Cristiana, tornò presto sulla scena, esibendosi nel marzo del 1945 nella Tosca al Teatro di Roma.

Gigli continuò la sua attività, a livello sia nazionale che internazionale, fino al 1955, quando, per motivi di salute, diede l’addio alle scene con un’ultima tournée americana, conclusasi alla Constitution Hall di Washington con l’ultimo concerto assoluto del grande tenore italiano. Tornato a Roma, morirà due anni dopo, il 30 novembre 1957.

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Dotato sia di un grande talento naturale che di una tecnica invidiabile, visibile soprattutto nella sua insuperata esecuzione del “falsettone”, Beniamino Gigli occupa un posto di rilievo nella storia dell’opera lirica italiana. Il suo canto fluido, dolce e al contempo potente, capace di mostrare costante tensione drammatica e pura emotività, lo resero uno dei massimi tenori del nostro tempo. Tra le sue interpretazioni più celebri, vanno ricordate quelle in L’elisir d’amore di Donizetti, La Traviata e Aida di Verdi, la Bohème e la Tosca di Puccini, Andrea Chénier di Giordano e Cavalleria Rusticana, diretto dallo stesso Mascagni.

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Deve parte della sua fama anche alle sue apparizioni cinematografiche, in cui rese celebri alcuni dei brani più noti della canzone italiana, come Non ti scordar di me e Mamma (ascoltala qui) , e alle sue interpretazioni del repertorio musicale napoletano, in cui emergeva l’intrinseca bellezza e sincerità della personalità e dell’esecuzione di Gigli, che ancora oggi lo rendono immediatamente riconoscibile e apprezzabile.

Un pensiero conclusivo sulla figura e sull’importanza di Beniamino Gigli, oggi che ricorre il 60° anniversario della sua morte, può essere quello di Paolo Isotta, critico e musicologo, che scrisse:

“Onore a Gigli, altissimo tenore, una voce luminosa, una tecnica straordinaria. Una figura del tutto eccezionale della quale si parla e si scrive troppo poco. Eppure si tratta, insieme con Caruso, forse persino al di sopra di lui, del più grande tenore di questo secolo. Quando si ciancia sui meriti (beri o presunti) dei divi attuali, Gigli andrebbe tenuto come termine di paragone; in molti casi, come il metro stesso al quale giudicare tutti gli altri…”.

 

 

Alla scoperta delle Marche: 3ª tappa!

Torna anche questa settimana la nostra rubrica dedicata alla storia delle Marche, che oggi ci riporta indietro fino al Medioevo, a un’epoca caratterizzata da importanti, repentini e continui stravolgimenti che contribuirono in modo fondamentale a definire l’aspetto odierno della nostra regione.

3ª TAPPA
Le invasioni barbariche e l’Impero romano d’Oriente

Dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.C., anche le Marche dovettero subire le invasioni da parte dei barbari e il territorio subì una serie di conquiste e smembramenti. Dapprima conteso tra Ostrogoti e Visigoti, finì ben presto sotto il dominio dei Bizantini, provenienti da Oriente e guidati da Giustiniano. Una volta entrate nell’orbita dell’Impero romano d’Oriente, le Marche cambiarono nome, passando da Piceno a Marca di Ancona. I confini di questo territorio coincidevano pressappoco con quelli attuali della regione e le città più importanti risultavano essere Ancona, Ascoli, Camerino, Fermo e Urbino.

Tale situazione fu però turbata dall’arrivo dei Longobardi, che occuparono la parte meridionale della regione. A nord, intanto, sotto l’impero bizantino si costituirono due Pentapoli: quella marittima, di cui facevano parte Ancona, Fano, Pesaro, Rimini e Senigallia, e quella annonaria, che riuniva Cagli, Fossombrone, Gubbio, Jesi e Urbino. A testimoniare il succedersi di queste diverse dominazioni rimangono alcune opere d’arte e alcune chiese, come quella di Santa Maria della Piazza, ad Ancona, dove convivono diversi stili architettonici.

 

Questo nuovo assetto geopolitico rimarrà stabile per oltre un secolo, fin quando i Longobardi, che nel frattempo avevano ripreso la loro invasione verso nord, saranno definitivamente sconfitti dai franchi di Carlo Magno tra il 773 e il 774 d. C.

Seguiteci nelle prossime settimane per saperne di più!

Volontari all’Opera!

Domani, sabato 18 novembre, La Bohème, nuova coproduzione dalla Rete Lirica delle Marche, fa il suo debutto al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno dopo il successo dell’anteprima giovani. Per l’occasione, noi volontari del servizio civile ci siamo impegnati in un’opera di promozione e distribuzione che, nel corso dell’ultima settimana, ci ha portato in giro per la provincia di Ascoli Piceno.

Nonostante la sveglia all’alba, le ore di viaggio e un cielo foriero di pioggia, queste giornate si sono rivelate estremamente gratificanti ed utili: se da un lato ci hanno fatto capire come funziona una distribuzione e ci hanno fatto confrontare con un’esperienza diretta sul campo, dall’altro ci hanno permesso di conoscere e visitare città suggestive e borghi caratteristici della nostra regione, come Offida, Castel di Lama, Spinetoli, Colli del Tronto e la stessa Ascoli.

Ecco una gallery di foto che documenta il nostro lavoro e le bellezze di questo territorio:

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Nei prossimi giorni la distribuzione si sposterà verso Nord, nelle province di Ancona e Pesaro Urbino, per concludere la prossima settimana con Fermo e Macerata.
Continuate a seguirci!

Opera Houses: come sono cambiati i teatri dell’opera dal ‘700 a oggi

Il grande passato dell’opera, la sua natura immortale e al contempo in costante evoluzione e rinnovamento, è forse rappresentato nella maniera più emblematica dai teatri. Manifestazioni tangibili dell’arte, della sensibilità, della cultura e degli eventi delle varie epoche, i teatri dell’opera hanno vissuto grandi trasformazioni, ma la loro costruzione non si è mai arrestata, a testimonianza del ruolo fondamentale che lo spettacolo dal vivo ha sempre rivestito per la nostra civiltà.

Centro della vita culturale e sociale della città, il teatro ha da sempre costituito anche il terreno privilegiato per la sperimentazione artistica ed architettonica, nonché un emblema di prestigio e ricchezza che spinge i Paesi a una sfida tra sfarzo, maestosità e, oggi più che mai, audacia e originalità.

In quest’ottica, i teatri non sono solo dei contenitori per ciò che viene esposto o rappresentato al loro interno, ma fungono piuttosto da vetrine per la città stessa, di cui diventano spesso landmark o icone. A conferma di ciò, i teatri, sia storici che moderni, vengono sempre più spesso visitati anche da persone che non hanno alcun interesse per l’opera o per gli spettacoli teatrali, ma sono attratte dall’aspetto estetico, artistico e storico delle strutture stesse. L’essenza dei teatri d’opera può essere sintetizzata nel pensiero del fotografo americano David Leventi, secondo cui la performance è solo una parte della grandiosa esperienza dell’andare a teatro, e lo spazio stesso può diventare l’evento.

Le Opera House, assieme ai musei, rappresentano oggi le principali occasioni di rilancio o sviluppo dell’immagine di una città , una vera e propria strategia di marketing territoriale, e questo ruolo fondamentale è confermato anche dal crescente ricorso ad archistar di fama mondiale quali Zaha Hadid o lo studio Herzog & de Meuron.

Come afferma inoltre Simon Yu, dello studio Zaha Hadid Architects, questi teatri devono avere una funzione inclusiva: “Non si tratta soltanto di luoghi dove le persone possono assistere a un determinato spettacolo, all’interno di una struttura che ben si presti a questa funzione”, bensì di “spazi di aggregazione, a cui si può accedere e di cui si può fruire indipendentemente dalle varie manifestazioni in programma”.

La svolta nel rapporto tra architettura e teatro dell’opera si è avuta nel 1973 con la costruzione della Sydney Opera House, capace di rivoluzionare l’immaginario collettivo, rinnovare l’identità della città e dettare nuovi standard architettonici; da questo momento in avanti, Opera House sempre più futuristiche e sensazionali hanno fatto la loro comparsa. Che siate amanti dell’opera o meno, è innegabile che questi edifici costituiscano oggi alcune tra le espressioni artistiche ed architettoniche più emozionanti.

Dal Settecento ad oggi, dall’Italia alla Cina, dal classicismo all’architettura più visionaria e audace: scopriamo insieme alcuni tra i più bei teatri dell’opera del mondo.

TEATRO DI SAN CARLO, NAPOLI

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Il Teatro di San Carlo di Napoli fu eretto nel 1737 e rappresenta il più antico teatro italiano. Voluto dal Re Carlo III di Borbone come emblema del potere regio, il Teatro di San Carlo presenta un collegamento diretto con il Palazzo Reale, che serviva al sovrano per raggiungere il teatro senza dover uscire in strada. Completamente distrutto da un incendio nel 1816, fu ricostruito identico al precedente dall’architetto Antonio Niccolini. A proposito di questo teatro, Stendhal scrisse: “Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro ma ne dia la più pallida idea”.

Dal 2011, nei locali del Palazzo Reale, si trova Memus, il Museo e Archivio Storico del San Carlo, un centro polifunzionale che vanta le più moderne tecnologie, un’ampia area espositiva, una galleria virtuale in 3D, una sala per eventi, un bookshop e un centro documentazione sulla storia del Teatro di San Carlo.

TEATRO ALLA SCALA, MILANO

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Tra i più famosi teatri del mondo, il Teatro alla Scala di Milano fu costruito nel 1776 per volontà dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria e su progetto dell’architetto neoclassico Giuseppe Piermarini. Inaugurato nel 1778 con “L’Europa riconosciuta” di Antonio Salieri, il Teatro alla Scala ha rappresentato la culla del melodramma italiano e ha visto esibirsi i più grandi nomi della storia dell’opera: da Gioacchino Rossini a Giuseppe Verdi, da Claudio Abbado a Maria Callas.

Oggi, in prossimità del Teatro, è presente anche il Museo Teatrale alla Scala, che rende omaggio alla storia dei teatri d’opera con esposizioni di costumi, strumenti musicali, fotografie, disegni ed ospita la Biblioteca “Livia Simoni”, dove sono conservati oltre 150.000 testi antichi, libretti d’opera, bozzetti di scenografie, lettere, locandine e manifesti.

TEATRO DEGLI STATI, PRAGA, REPUBBLICA CECA

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Fatto erigere dall’aristocratico František Antonín Nostitz Rieneck a Praga, il Teatro degli Stati fu inaugurato nel 1783 con la messa in scena dell’”Emilia Galotti” di Lessing. Deve il suo nome agli Stati che costituivano la Corona di Boemia ed ha acquisito una grande fama in seguito alla première mondiale del “Don Giovanni” di Mozart, avvenuta nel 1787.

Costruito in stile classicista, con uno spettacolare auditorium sui toni del blu, del bianco e dell’oro, il Teatro degli Stati è uno dei più antichi teatri europei ancora in attività. Dal 1948 è stato poi unito al nuovo Teatro Nazionale e comprende oggi tre complessi artistici: opera, teatro e balletto.

TEATRO DELL’OPERA DI STATO UNGHERESE, BUDAPEST, UNGHERIA

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Il Teatro dell’Opera di Stato Ungherese costituisce uno degli esempi più brillanti dello stile neo-rinascimentale in Europa. Voluto dall’imperatore Francesco Giuseppe I, fu costruito tra il 1875 e il 1884 su disegno dell’architetto Miklós Ybl. Ritenuto tra i più bei teatri d’opera d’Europa, presenta al suo interno anche elementi barocchi, ed è decorato con dipinti e sculture realizzati dai più importanti artisti ungheresi dell’epoca. Di fronte al teatro, ad accogliere gli spettatori, si ergono due statue: sono quelle di Ferenc Erkel, compositore dell’inno nazionale ungherese e primo direttore del teatro, e del celebre compositore Franz Liszt.

Il Teatro dell’Opera di Budapest ospita inoltre ogni anno il Budapest Opera Ball. In questa occasione si riunisce l’alta società della città, le danze vengono aperte da oltre cento debuttanti e si può assistere a uno spettacolo in cui star da tutto il mondo interpretano le arie più celebri. Durante lo svolgimento di questa ricorrenza, il palcoscenico e la platea vengono trasformati in una grande sala da ballo.

SYDNEY OPERA HOUSE, AUSTRALIA

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Inaugurato nel 1973 dalla Regina Elisabetta II, il Teatro dell’Opera di Sydney ha rappresentato la svolta nel rapporto tra teatri dell’opera e architettura. Trasceso lo scopo originario di spazio per spettacoli, questo teatro è diventato non solo un’icona della città di Sydney e dell’Australia intera, ma un vero e proprio simbolo dell’architettura mondiale del XX secolo, tanto da essere stato inserito dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio dell’Umanità.

Il Teatro dell’Opera di Sydney è stato progettato dall’architetto danese Jørn Utzon, è dotato anche di un parco divertimenti e rappresenta uno dei principali poli attrattivi della città. Ciò che lo rende unico e immediatamente riconoscibile è però la sua forma, simile a quella di tante barche a vela placidamente ormeggiate nella baia di Sydney.

Il complesso della Sydney Opera House consta di cinque spazi teatrali e ospita oggi spettacoli realizzati, tra gli altri, da Sydney Theatre Company, The Australian Ballet, Sydney Symphony Orchestra e Opera Australia.

TEATRO DELL’OPERA DI OSLO, NORVEGIA

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Vincitore del Premio della cultura al World Architecture Festival nel 2008 e del premio dell’Unione Europea per l’architettura contemporanea nel 2009, il Teatro dell’opera di Oslo si presenta come uno dei modelli più innovativi per i teatri dell’opera contemporanei. Progettato dallo studio Snøhetta, è stato realizzato tra il 2003 ed il 2007, per essere poi inaugurato nel 2008.

L’Opera House si trova sulla punta del fiordo di Oslo ed è sede di Den Norske Opera & Ballett. La sua caratteristica distintiva è l’inclinazione dell’edificio: le superfici esterne, rivestite di marmo italiano e granito bianco, sono orientate in modo tale che la struttura dia l’impressione di emergere dall’acqua. Il tetto, che parte quindi dal livello del suolo, diventa così una grande piazza, e invita i visitatori a camminarvi sopra e ad ammirare un panorama che spazia dall’arcipelago del fiordo al centro della città di Oslo, fino a raggiungere le alture circostanti. L’interno, poi, coperto di legno di rovere, contiene oltre mille stanze.

GUANGZHOU OPERA HOUSE, CINA

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Uno dei tre teatri più grandi dell’intera Cina, la Guangzhou Opera House rappresenta anche una delle massime creazioni della celebre e compianta architetta e designer Zaha Hadid. Inaugurata nel 2010, quest’opera si compone di due edifici, un teatro e una struttura multifunzionale, che affacciano sul Pearl River.

Il Teatro dell’Opera di Guangzhou ha una fortissima potenza espressiva ed evocativa: la forma esterna dei due spazi evoca quella di due grandi ciottoli modellati dalla corrente del fiume, così come l’edificio viene attraversato e definito dal flusso delle persone; le pareti interne, invece, avvolgono in modo irregolare ed ondulato lo spazio senza soluzione di continuità, restituendo allo spettatore l’idea di un enorme drappo di seta cangiante punteggiato di stelle, o di una superficie al contempo solida e fluida, che sembra scolpita direttamente dalla musica prodotta al suo interno.

La Guangzhou Opera House ha rappresentato anche un catalizzatore per lo sviluppo della città, presentandosi come polo culturale e dando impulso alla realizzazione di nuovi musei, biblioteche e archivi.

ELBPHILARMONIE, AMBURGO, GERMANIA

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L’Elbphilarmonie di Amburgo può essere definita come una delle costruzioni più ambiziose mai progettate. Secondo il progetto iniziale, realizzato dallo studio di architetti svizzero Herzog&deMeuron, la costruzione dell’opera, iniziata nel 2007, avrebbe dovuto concludersi nel 2010. In realtà, l’Elbphilarmonie ha visto la luce solo nel 2017.

Alta quasi 110 metri, l’Elbphilarmonie rappresenta il principale landmark della città di Amburgo, di cui ridefinisce anche lo skyline, grazie alla sua avveniristica forma che sembra sfidare il cielo e la gravità.

Costruita sopra un vecchio magazzino di cacao e tabacco, l’immensa facciata in vetro dell’Elbphilarmonie racchiude al suo interno tre sale da concerto, un hotel con più di 250 camere e oltre 40 appartamenti. La più importante delle tre sale è la Great Concert Hall, realizzata secondo il modello funzionale “a vigneto”, che  vede l’orchestra al centro, interamente circondata da platea e loggioni.

Il Coro Ventidio Basso racconta la Bohème di Puccini

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Mercoledì 25 ottobre siamo andati in trasferta ad Ascoli Piceno per assistere all’incontro tra due classi della Scuola media “Ceci” e l’Associazione Coro Ventidio Basso, rappresentata in questa occasione dal Presidente Pietro Di Pietro, dal Direttore del Coro Giovanni Farina e da due coriste: Paola Izzi e Olga Shytsko. L’iniziativa – inserita all’interno delle attività Ventidio Basso Giovani 2017, progetto di lirica per le scuole promosso dal Comune di Ascoli Piceno e dal Coro Ventidio Basso – è stata organizzata in vista delle recite de “La Bohème”, la nuova coproduzione della Rete Lirica delle Marche, che toccherà i teatri di Ascoli Piceno (16 e 18 novembre), Chieti (23,25 e 26 novembre), Fano (1 e 3 dicembre) e Fermo (6 e 7 dicembre).

Erroneamente considerata come esclusivamente adatta a persone di una certa età o destinata ad un pubblico di nicchia, l’opera lirica è spesso ignorata o disdegnata dai più giovani. Questa lontananza è però dovuta fondamentalmente all’estraneità che le nuove generazioni hanno rispetto alla storia, agli strumenti, ai meccanismi, ai messaggi e al lavoro che si celano dietro la creazione e la messa in scena di un’opera lirica.

Questo incontro ha cercato perciò di far luce su un dietro le quinte ingiustamente sottovalutato, costituito non solo dai celebri librettisti e compositori, e nemmeno soltanto dalle figure abbastanza note del regista, del direttore d’orchestra o dello scenografo, ma anche da tante professionalità che, insieme, permettono all’opera di prendere vita, come il macchinista, il light designer, l’attrezzista, il coro o il maestro collaboratore.

Ogni ospite ha dunque approfondito una tematica diversa: il Presidente ha parlato del valore che ha oggi per le nuove generazioni l’opera lirica e del suo ruolo come veicolo della cultura italiana nel mondo, mentre il Direttore si è soffermato sulla descrizione dei vari professionisti coinvolti nel percorso che va dalla scrittura alla rappresentazione dell’opera. Le due coriste, infine, dopo una breve esibizione, hanno parlato dell’impegno e dei sacrifici che il loro ruolo richiede.

Se è vero che il lavoro dietro la realizzazione di un’opera lirica è vasto e complesso, è altrettanto vero che il risultato finale è sorprendente: considerando, infatti, il gran numero di coristi, di membri dell’orchestra e i vari solisti, si deduce come la potenza espressiva dell’opera sia enorme. La musica è comunicazione, un potente messaggio che va veicolato all’unanimità e infatti nell’opera lirica non c’è posto per le iniziative personali: dietro le quinte tutto va preparato e coordinato, sul palco invece tutti devono seguire la “dittatura” imposta dal direttore d’orchestra.

Per affacciarsi a questo mondo, oggi più che mai, è però innanzitutto necessario che i giovani siano affamati di conoscenza, di bellezza e di cultura, senza la quale non si è in grado di comprendere e riconoscere il valore delle cose.

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Una volta che gli studenti sono tornati nelle loro aule, rimane anche il tempo per una piccola intervista con il Direttore del Coro, il Maestro Giovanni Farina.

Perché è importante che i giovani, i ragazzi conoscano l’opera lirica? E come è possibile farli avvicinare a questo mondo?

La risposta è molto semplice: è importante perché altrimenti l’opera lirica muore. Ci rendiamo infatti conto del fatto che purtroppo il pubblico dell’opera lirica oggi ha un’età abbastanza avanzata e ciò dipende non dall’opera in sé, ma da diverse cause, tra cui la disattenzione da parte della scuola, che riflette una scelta culturale che tende a mettere un po’ da parte l’arte in generale. Non c’è la conoscenza, e senza conoscenza non può esserci passione. Per far avvicinare i giovani, bisogna intervenire su questa lacuna e colmarla. Con questo progetto non vogliamo andare nelle scuole a distribuire biglietti per il teatro, ma spiegare ai ragazzi cos’è l’opera e magari suscitare in loro curiosità, che potrebbe forse un giorno trasformarsi in passione.

Perché questi grandi titoli dell’opera continuano anche oggi a riscuotere successo? C’è un segreto dietro l’immortalità dell’opera?

Queste opere sono capolavori assoluti, come i dipinti di Giotto, Leonardo o Michelangelo lo sono per l’arte. La Bohème non è solo un’opera lirica, è un capolavoro che si adatta a tutte le epoche. Queste opere raccontano storie anche contemporanee, che si prestano a interpretazioni e versioni sempre nuove ed originali. La ragione per cui opere del Seicento e del Settecento vengono ancora eseguite, e anzi oggi particolarmente riscoperte, è che parlano con dei linguaggi universali, pur nella specificità del messaggio che vogliono comunicare. La Bohème ci comunica una grande verità: è la storia della gioventù allegra e spensierata che si trova a fare i conti con la vita vera, con la morte, con la consapevolezza che esiste qualcosa di più importante del divertimento e della leggerezza. È un messaggio particolarmente utile da insegnare ai ragazzi di oggi, che si trovano circondati, complici i media e l’abbassamento del valore culturale, da messaggi vacui. La Bohème fa capire ai giovani che la vita è fatta di tante sfaccettature, che possono accadere tante cose, ma bisogna comunque andare avanti.”

Perché questa Bohème merita di essere vista?

È una visione diversa dalla Bohème solita, anche dal punto di vista musicale, grazie al direttore d’orchestra Matteo Beltrami. Ci fa capire come si può leggere e vedere nel XXI secolo un’opera scritta all’inizio dell’Ottocento.

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A noi non resta che ringraziare il Coro Ventidio Basso per la sua disponibilità e dare a tutti voi appuntamento a teatro con la Bohème!

Continua il viaggio alla scoperta delle Marche!

Eccoci di nuovo con la seconda tappa del nostro percorso di approfondimenti!

Di settimana in settimana, con il nostro viaggio raggiungeremo una conoscenza più ampia e approfondita della nostra regione, del suo passato e del futuro che la attende.

2ª TAPPA

Il dominio romano

Le Marche entrarono a far parte del territorio di Roma nel 207 a.C., all’epoca di Augusto, e divennero una delle province dell’impero con il nome di Picenum.

Numerose costruzioni ricordano la presenza romana in questa regione, basti pensare all’Arco di Traiano eretto ad Ancona, all’Arco d’Augusto di Fano, agli anfiteatri dove si assisteva agli spettacoli e alle porte di accesso alle città.

 


Due opere hanno avuto un’importanza fondamentale nella storia della regione: il grande porto di Ancona e la via Salaria.
Il porto, voluto dall’imperatore Traiano, fece della città uno dei maggiori scali dell’Adriatico, mantenedo fino ai nostri giorni quel ruolo cardine per lo sviluppo della città.

La via Salaria  permise il collegamento fra i due versanti della penisola, in special modo facilitò i contatti fra la regione e Roma. Questa strada, che collega Porto d’Ascoli alla capitale, venne costruita per portare a Roma il sale dell’Adriatico: di qui l’origine del nome. Ancora oggi lungo il percorso della Salaria si possono vedere alcuni tratti della pavimentazione originaria.

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Alla prossima settimana per la terza tappa del nostro viaggio di scoperta!