Il circo contemporaneo: viaggio tra emozione, spettacolo e sperimentazione

Quando si pensa al circo, l’immagine che appare nelle nostre menti è perlopiù legata all’idea di circo di inizio Novecento: un grande tendone colorato, intrepidi acrobati, numeri spettacolari, ammaestratori e animali, spesso pericolosi o esotici, ma anche uno stile di vita nomade, caratterizzato da un romantico sentimento di ribellione e avversione alla società del tempo.

Oggi la situazione è molto diversa, anche grazie a un mutamento di tempi storici, con la depressione economica e le nuove guerre, e di gusti del pubblico, che dimostrava di non gradire più l’uso degli animali per scopi di intrattenimento. La svolta nella storia del circo si fa risalire al 1972, quando in Francia nacque il Centre de Formation des Arts et Techniques du Cirque e Mime: qui, oltre alle tradizionali discipline circensi, venivano insegnate anche tecniche di altri generi, quali il teatro, la danza ed il mimo. Da questa innovazione nacque il noveau cirque, il circo contemporaneo, capace di combinare elementi e magia del teatro classico con tradizionali tecniche del palcoscenico, che si estese in tutto il resto del mondo.

 

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Seguendo l’interesse per la sperimentazione e la mescolanza di codici, il circo si affranca così sempre di più dalla sua dimensione tradizionale, rinunciando al nomadismo, agli animali e alla struttura familiare delle compagnie, per approdare a una nuova concezione e una nuova dimensione: se la base rimane sempre il virtuosismo, la prestanza fisica, la spettacolarità delle pratiche classiche come il funambolismo, le acrobazie e la giocoleria, nel circo contemporaneo è la ricerca dell’emozione oltre la pura abilità, di un significato da veicolare e di un legame da stabilire col pubblico a fare la differenza. Viene a crearsi dunque uno spettacolo indipendente e completo, supportato da una regia, da un tema e da una traccia, in cui al centro si trova l’artista, che porta in scena la sua umanità, le sue capacità e anche le sue debolezze.

La linea di confine tra le varie discipline e arti sta diventando più labile e sottile, e questo permette al circo di spingersi costantemente oltre i propri limiti, sperimentando, innovando, senza perdere di vista il vero obiettivo di ogni compagnia e di ogni artista: realizzare, tramite la pratica e l’esercizio, qualcosa di inconcepibile per lo spettatore, portando in scena l’impossibile.

Il più celebre circo contemporaneo è sicuramente il Cirque du Soleil. Nato in Canada nel 1982 inizialmente come festival di artisti di strada, è riuscito rapidamente ad affermarsi nel mondo dello spettacolo, diventando un vero e proprio fenomeno internazionale, capace di attrarre non solo famiglie e appassionati, ma un pubblico virtualmente illimitato. Le sue principali caratteristiche stilistiche sono l’assenza di animali, la centralità della musica e l’uso di tecniche attoriali e coreografiche da parte dei performer, che devono anche adattarsi a un tema di fondo.

 

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Sempre in Canada, paese noto per i suoi investimenti nel campo della sperimentazione artistica, nasce nel 2002 anche il circo Les 7 Doigts de la main. A differenza del Cirque du Soleil, Les 7 Doigts de la main ha un approccio intimo e familiare e ricerca sia sperimentazione che connessione emotiva nelle loro produzioni. Tra numeri vertiginosi, attrezzi affascinanti e strutture impressionanti, gli artisti cercano un rapporto con il pubblico: si presentano, raccontano le loro storie, mostrano la loro personalità, per far sì che gli spettatori abbiano a cuore i performer, percepiscano la concretezza del rischio e si emozionino insieme a loro.

 

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La situazione italiana non è certo come quella canadese, dato che ancora si fatica a trovare, all’interno dei circuiti destinati al teatro, spettacoli di circo contemporaneo: nonostante gli stimoli giunti anche nel nostro Paese a partire dagli anni ’80, infatti, la risposta al circo contemporaneo è stata debole in virtù della presenza di famiglie tradizionali ormai forti e affermate, come gli Orfei e i Togni. Tuttavia, negli ultimi anni la tendenza sembra essere cambiata e sono sempre più le compagnie italiane che si fanno spazio nel panorama teatrale sperimentando e sviluppando le potenzialità del circo contemporaneo. Su tutte, basti citare la compagnia El Grito: operativa dal 2007, con 8 spettacoli all’attivo, questa compagnia propone un “circo contemporaneo all’antica”, basato su spettacoli intimi, delicati ed intelligenti, e spazia tra gli ambiti della danza, del teatro, della musica e della letteratura.

 

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È questa fluidità e commistione di generi la chiave per l’affermazione del circo contemporaneo, che, proprio in virtù della sua abilità di coniugare varie discipline mantenendo sempre la sua peculiarità, ha la potenzialità di attrarre un nuovo e più ampio pubblico. Attualmente è arrivato in Parlamento anche il dibattito sugli incentivi agli spettacoli che non utilizzano gli animali, e dove si usa per la prima volta l’espressione circo contemporaneo. Inoltre, con il decreto “Valore Cultura”, una parte del FUS è ora destinata anche ai Circhi e allo Spettacolo Viaggiante.

Negli ultimi anni l’interesse per il circo è aumentato notevolmente: il suo successo, come detto, va ricondotto alla sua capacità di comunicare col pubblico in modo immediato, secondo un linguaggio universale che parla di bellezza, di passione, di verità e di umanità. Il circo crea un legame empatico tra artista e spettatore che trascende le diverse generazioni e supera ogni barriera, facendo leva su qualcosa che ci accomuna tutti: la capacità di meravigliarci ed emozionarci.

 

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Richard Wagner e l’opera d’arte totale

Richard Wagner non fu solamente una figura fondamentale della musica, ma un riformatore e un rivoluzionario in ambito teatrale, storico, filosofico e psicologico: un genio della cultura tout court. La sua importanza e il suo impatto nell’immaginario collettivo e tra gli specialisti del settore furono enormi, così come intensi e numerosi furono i suoi rapporti con gli altri artisti e pensatori della sua epoca, da Nietzsche a Liszt, da Feuerbach a Bakunin; una vita trascorsa a inseguire ideali e lottare per realizzare il cambiamento nella musica e nel dramma che egli aveva immaginato e trasposto nelle sue opere; un personaggio contradittorio, ammirato e in egual misura disprezzato, capace però di scatenare il dibattito, il confronto, e così far progredire la storia della musica.

 

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Nato a Lipsia il 22 maggio del 1813, studiò alla Thomasschule e all’Università di Lipsia, per poi diventare direttore del coro del teatro di Würzburg e in seguito, nel 1837, Capo d’Orchestra a Riga. Pressato dai creditori – un elemento costante in tutta la sua vita -, scappò a Londra e Parigi: il travagliato viaggio per mare con cui raggiunse l’Inghilterra sarà poi di inspirazione per la composizione de L’Olandese Volante.

Dopo aver studiato attentamente la musica di Berlioz, decise di scrivere in autonomia i libretti dei propri drammi, per meglio esprimere la sua idea di teatro musicale: la base delle sue opere, da quel momento, saranno i temi e i protagonisti delle leggende nordiche e germaniche, a cominciare da Lohengrin e Tannhäuser.

Al 1842 risale il suo debutto a teatro, avvenuto con l’opera Rienzi a Dresda; l’enorme successo suscitato dal dramma gli permise di diventare, solo un anno dopo, Musikdirektor all’Opera di Corte.

Nel 1843 presentò L’Olandese Volante, dimostrando la volontà di allontanarsi dai modelli italiani e francesi allora in voga, per creare qualcosa di originale: l’opera d’arte totale, composta non da parti singole e separate, ma da un flusso melodico continuo su cui si innestano leitmotiv, temi musicali in grado di connotare personaggi e situazioni, colmo di rimandi e collegamenti, capace di coinvolgere lo spettatore in una realtà inedita, dove anche le emozioni sono nuove ed inesplorate. Una nuova concezione che Wagner espresse anche nel testo teorico Opera e dramma, del 1851, in cui affermava che “l’errore nel genere artistico dell’opera consisteva nel fatto che un mezzo dell’espressione – la musica – diveniva lo scopo, mentre lo scopo dell’espressione – il dramma – diveniva il mezzo”. Il dramma deve essere quindi inteso come un Wort-Ton-Drama, una forma d’arte globale, un obiettivo cui testo poetico, musica ed azione scenica devono tendere. In questa forma d’arte complessa e allo stesso tempo fluida, i leitmotiv sono l’unica struttura prevista, l’unico schema che sorregge la composizione, consentendole allo stesso tempo di essere libera e di non crollare su se stessa. Le radici più vicine al suo modo di sentire e intendere il teatro, Wagner le ritrovò nella tragedia greca, che ripropose adattandola alle figure della tradizione nordica, poiché solo ridivenendo mito, archetipo, l’arte può esprimersi al meglio. Nacquero così il Tannhäuser (1845) e il Lohengrin (1850).

Contemporaneamente, l’amicizia con l’anarchico russo Michail Bakunin lo fece avvicinare alle idee rivoluzionarie e nel 1848 Wagner entrò nel movimento rivoluzionario democratico liberale; in seguito alla partecipazione ai moti rivoluzionari del ’48, fu arrestato e condannato a morte: riuscito rocambolescamente a sfuggire, riparò a Zurigo, dove rimase fino all’amnistia del 1860.

Nel 1852 cominciò la stesura della sua opera più imponente e grandiosa, L’anello del Nibelungo, componendo le prime tre parti: L’oro del Reno, La Valchiria, Sigfried. A questo punto, nel 1956, interruppe la produzione del ciclo per dedicarsi ad altre celebri opere, quali Tristano e Isotta e I maestri cantori di Norimberga. In questo periodo, Wagner si era separato dalla moglie e trascorreva la sua vita tra avventure sentimentali e viaggi: Parigi, Venezia, Londra…dovunque andasse, le sue opere venivano accolte dapprima con indignazione e scandalo, quindi con ammirazione quasi reverenziale.

La svolta avvenne con l’incontro col sovrano bavarese Ludwig II, grande estimatore del lavoro di Wagner, che gli assicurò pieno supporto economico per continuare la sua opera rivoluzionaria, permettendogli anche di estinguere i numerosi debiti che ancora lo perseguitavano. Sposata la figlia dell’amico e compositore Liszt, nel 1874 Wagner concluse finalmente, dopo ben ventisei anni, la Tetralogia, con l’ultimo dramma, Il crepuscolo degli dei, e inaugurò a Bayreuth il Fielspielhaus, un teatro esclusivamente dedicato alla rappresentazione delle sue opere.

 

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Fielspielhaus, Bayreuth

L’anello del Nibelungo, ossia la Tetralogia, rimarrà probabilmente la sua opera più celebre, con decenni di lavoro e una durata complessiva di circa quindici ore, caratterizzata da influenze e concezioni della storia e della politica diverse. L’opera, il cui primo progetto risale al 1848, anno di ondata rivoluzionaria in tutta Europa, ha inizialmente un’idea di denuncia del sistema capitalistico-borghese e si fonda sulla filosofia positivistica di Marx e Feuerbach, salvo poi giungere, dopo oltre vent’anni e dopo l’incontro con il pensiero di Schopenhauer, a un finale tragico. È interessante anche notare come la presenza di molteplici chiavi interpretative abbia permesso alla Tetralogia di essere utilizzata come simbolo da ideologie molto diverse tra loro, come il Comunismo, l’Anarchia, il Nazismo.

I personaggi principali sono inizialmente Alberico, gnomo nibelungo personificazione del male assoluto, che ruba alle Ondine l’oro del Reno per forgiare un anello che lo renda padrone del mondo, e Wotan, l’Odino della mitologia nordica, che, pur contrapponendoglisi, si mostra come una figura ambigua e assetata di potere, e per questo destinato alla caduta finale, necessaria a ristabilire l’ordine cosmico. Ci sono poi gli eroi Sigfrido e Brunilde, che dovrebbero rappresentare la speranza, ma cadono anch’essi vittime della loro innocenza. Sarà quest’ultima, comunque, a permettere la redenzione finale, sacrificandosi e restituendo finalmente alle acque del Reno l’anello d’oro rubato in principio da Alberico.

La Tetralogia è una delle più colossali creazioni della storia dell’arte, ed è in essa che Wagner porta a compimento la sua idea di dramma e perfeziona l’uso della struttura dei leitmotiv.

Nel 1882 concluse il Parsifal, e solo un anno dopo, il 13 febbraio, fu colpito da un infarto e morì, mentre risiedeva a Venezia. Fu seppellito a Bayreuth, accanto al teatro da lui fortemente voluto e amato.

Wagner fu una delle poche figure in grado di oltrepassare i limiti della propria arte ed avere un’influenza così dirompente sulla scena della cultura europea, e questo anche grazie agli innumerevoli scritti che egli produsse relativamente agli argomenti più disparati: dall’antisemitismo, che fecero sì che egli fosse esaltato nel periodo nazista, alle donne, dalla politica al vegetarianismo, dalla filosofia alla sessualità, dalla storia alla religione. Molti furono anche quelli che di lui scrissero, come Mann, Nietzsche, Shaw, Baudelaire, D’Annunzio. La rivoluzione musicale di Wagner rappresenterà sempre un elemento imprescindibile per ogni musicista, qualcosa da affrontare, con cui scontrarsi, confrontarsi o cui ambire.

L’arte di Wagner si staglia con autorità nel panorama musicale dell’Ottocento, acquisendo unicità in virtù della sua capacità di produrre un’originale sintesi di tutto ciò che c’è stato prima, creando complesse relazioni con la tragedia classica, il teatro parlato ottocentesco, l’epica delle saghe nordiche, la tradizione operistica tedesca, italiana, francese, i grandi del passato come Bach, Mozart, Beethoven, Mendelssohn, Berlioz, Liszt.

Per finire, ecco una playlist dove poter ascoltare alcuni tra i brani più noti e più belli di Wagner: The Best of Wagner. Buon ascolto!

#OPEN_ART 2.0…dove eravamo rimasti?

Sono già passati cinque mesi dall’inizio del Servizio Civile! Abbiamo perciò deciso di raccontarvi in cosa consiste il nostro lavoro, quali sono le attività quotidiane in cui siamo impegnati e a quali progetti ci stiamo dedicando.

#open_art 2.0

I giovani del Servizio Civile svolgono numerose attività all’interno del progetto #open_art2.0: alcune davanti a un computer, altre in giro per le Marche, alcune seduti alla scrivania, altre dentro a un teatro, alcune giornaliere e standard, altre insolite e creative.

Durante la settimana, al Consorzio Marche Spettacolo ci si occupa principalmente dei social media; oggi, naturalmente, la comunicazione è fondamentale e passa sempre di più attraverso internet e i social network: ecco quindi che i volontari si impegnano a svolgere regolarmente la rassegna stampa degli eventi e a mantenere sempre aggiornate le varie pagine del Consorzio. C’è chi va alla ricerca di news interessanti da pubblicare sul sito, chi si occupa di tenere sempre aggiornato il pubblico di Facebook sugli eventi in programma, chi porta i followers di Instagram a scoprire i teatri e i borghi delle Marche, e chi cura rubriche con cui incuriosire e appassionare i lettori del blog.

I ragazzi che svolgono il loro Servizio Civile all’AMAT, oltre a queste attività, si occupano anche di realizzare comunicati stampa e grafiche per gli eventi, e di coadiuvare nello svolgimento di alcune mansioni degli uffici amministrativi e promozionali.

Per ogni evento, inoltre, l’AMAT e il Consorzio si occupano della promozione dell’evento e i volontari vengono coinvolti in prima linea, tramite incontri con musicisti, direttori, attori, e distribuzione di materiale pubblicitario ed informativo nei paesi interessati: un compito, questo, che rappresenta anche un’occasione per conoscere ed apprezzare le bellezze del nostro territorio.

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Non manca poi l’aspetto creativo: spesso i volontari sono chiamati a collaborare alla pianificazione e realizzazione di progetti o ad andare a conoscere e monitorare quelli già in svolgimento: così, ad esempio, il Consorzio Marche Spettacolo porta avanti il progetto Residenze Marche Spettacolo, in cui i volontari hanno la possibilità di entrare direttamente in contatto con la creazione di uno spettacolo e con gli artisti e i performer stessi, mentre i giovani dell’AMAT collaborano attivamente al Teatro Ragazzi, anche tramite l’ideazione e realizzazione di gadget, e si dedicano alla progettazione della nuova edizione del festival AmAnticA.

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Nel progetto #open_art2.0 sono veramente molte le occasioni per entrare nel mondo della cultura, dello spettacolo e degli eventi. Sineglossa è forse l’ambiente più orientato alla creatività, all’ideazione e allo sviluppo di nuovi progetti: i volontari sono costantemente impegnati in nuove sfide, e si occupano da un lato di gestire le relazioni istituzionali e di svolgere ricerche settoriali, dall’altro di curare l’aspetto grafico e comunicativo di eventi e progetti, come Ancona Città Aperta, Ecce Luciana o il festival Art+B=Love(?).

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Un mondo tutto da scoprire, dove mettersi alla prova, imparare e migliorare ogni giorno, dove usare la propria iniziativa e la propria creatività, e, soprattutto, un’occasione per ricordarsi della bellezza del nostro territorio e della nostra cultura: tutto questo è #open_art 2.0.

Carlo Goldoni e la Riforma della Commedia

Il 6 febbraio del 1793 moriva a Parigi Carlo Goldoni, il celebre commediografo italiano, artefice di una radicale riforma del teatro comico. In occasione del 225° anniversario della sua morte, andiamo a scoprire la vita intensa di questo autore e il suo pensiero rivoluzionario.

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Sebben non ho trascurata la lettura de’ più venerabili e celebri Autori, da’ quali, come da ottimi Maestri, non possono trarsi che utilissimi documenti ed esempli: contuttociò i due libri su’ quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro.

Carlo Goldoni

 

Carlo Osvaldo Goldoni fu un drammaturgo, scrittore, librettista e avvocato italiano. Nato il 25 febbraio del 1707 a Venezia da una famiglia borghese che versava in notevoli difficoltà economiche, scoprì la passione per il Teatro, e soprattutto per la Commedia, già nell’infanzia, componendo la sua prima “opera” a soli 9 anni.

I primi anni della vita di Goldoni furono essenzialmente itineranti: nel 1719, infatti, raggiunse assieme alla madre Perugia, dove suo padre lavorava come medico. Venne quindi mandato prima a studiare presso i Gesuiti, poi a Rimini dai Domenicani: la sua insofferenza verso l’insegnamento tradizionale, assieme alla sua vocazione per il teatro, fecero sì che egli abbandonasse questi studi per seguire invece la compagnia comica di Florindo de’ Maccheroni, diretta a Chioggia. Le peregrinazioni però non finirono: Goldoni riprese infatti gli studi dapprima a Milano e successivamente a Pavia presso il Collegio Ghisleri; l’esperienza si rivelerà fallimentare e Goldoni sarà addirittura espulso dal collegio pavese a causa de Il colosso, una satira licenziosa che prendeva di mira le ragazze del posto.

La vita frenetica di Goldoni, che si muoveva di città in città in bilico tra studi e teatro, ebbe un brusco arresto nel 1731, quando il padre morì improvvisamente lasciandogli la responsabilità di provvedere economicamente alla famiglia. Goldoni terminò allora gli studi di legge a Padova e si trasferì a Milano, dove continuò a tentare la carriera nel teatro, alternando la scrittura di melodrammi, allora molto in voga, alle prime opere in prosa. Furono anni positivi per Goldoni: riuscì infatti a ottenere un buon successo con una tragicommedia in versi, Belisario, e conobbe Nicoletta Connio, che di lì a poco diventerà sua moglie. Le opere successive, come il Momolo cortesan, il Momolo sul Brenta, Il mercante fallito e la Donna di garbo, presentando alcune parti interamente scritte dall’autore e non lasciate all’improvvisazione dell’attore, aprirono la strada alla riforma teatrale che renderà celebre Goldoni e cambierà il volto della Commedia.

Dopo una breve parentesi come avvocato, nel 1745 uno dei più famosi capocomici dell’epoca, Girolamo Medebach, gli offrì di lavorare per il teatro veneziano di Sant’Angelo, dandogli anche la libertà di lavorare su quella riforma teatrale che Goldoni stava mettendo in atto e che doveva restituire all’autore dell’opera comica quella centralità ormai perduta. Celebre rimane il biennio 1750-1751, in cui Goldoni promise al pubblico veneziano ben sedici nuove commedie: mantenuta la promessa, Goldoni ottenne la definitiva consacrazione. Quelli veneziani furono anni di grandi successi, coronati dal capolavoro La locandiera, che lascia nell’immaginario collettivo la figura di Mirandolina, ma anche di faide con altri autori teatrali, soprattutto Carlo Gozzi e Pietro Chiari, e dissapori con lo stesso Medebach.

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Eleonora Duse veste i panni di Mirandolina, protagonista de La locandiera, 1891 ca.

I crescenti contrasti con Medebach portarono Goldoni ad abbandonare il Teatro di Sant’Angelo per il Teatro di San Luca, di proprietà dei fratelli veneziani Antonio e Francesco Vendramin, dove rimase fino al 1762.  A questo periodo risalgono grandi lavori teatrali come i Rusteghi, i tre testi che compongono la “trilogia della villeggiatura” (Le smanie della villeggiatura, Le avventure della villeggiatura e Il ritorno dalla villeggiatura) o Le baruffe chiozzotte; opere, queste, che contengono una critica alla borghesia dell’epoca e si impegnano a portare sulla scena persone umili, popolani e storie di realtà quotidiana.

Nel 1762 si chiuse la sua collaborazione con il Teatro di San Luca e anche la sua permanenza in Italia: Goldoni si trasferì infatti a Parigi a lavorare per la Comédie Italienne, alla ricerca di un pubblico e di un gusto più favorevoli al suo teatro riformato. Purtroppo, anche in Francia il pubblico continuava a richiedere una commedia leggera e disimpegnata, basata su canovacci e ricca di colpi di scena e peripezie, e le opere di Goldoni non ottennero mai grandi consensi. Col passare del tempo, anche la creatività di Goldoni cominciò a scemare, ed egli decise dunque di accettare l’offerta di Luigi XV e diventare maestro d’italiano per le principesse reali a Versailles, rimanendo attivo in città come organizzatore di spettacoli. L’ultimo capolavoro di Goldoni fu Il burbero benefico, andato in scena nel 1771; nel 1772 si ritirerà dalle scene.

Negli ultimi anni di vita, Goldoni si dedicò alla stesura della sua autobiografia in francese, i Mémoires (pubblicati nel 1787), sostenuto solo dalla modesta pensione che gli veniva dal suo ruolo di precettore a Versailles; scoppiata la Rivoluzione, però, anche questa gli fu abolita, e Goldoni, dopo una vita di successi e di gloria, trascorse l’ultimo anno di vita in una condizione di malattia e miseria. Morì il 6 febbraio del 1793: solo pochi giorni prima era stato deciso il ripristino della sua pensione.

La figura di Goldoni ha ispirato, e continua ad ispirare, molte opere teatrali: soprattutto tra Settecento e Ottocento, infatti, furono numerose le commedie che includevano Goldoni stesso tra i personaggi. Di lui venivano portati sulla scena tutti gli aspetti della vita, quelli felici e quelli meno lieti: fu così che Goldoni visse una seconda vita e vide la sua fama pressoché inalterata fino ad oggi.

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La sua eredità teatrale, il suo progetto riformatore, la sua visione della commedia e del ruolo dell’autore rimangono mirabilmente espressi nella sua opera Il teatro comico, del 1745.

Prima dell’intervento di Goldoni, gli autori di commedie erano solamente dei soggettisti, il cui lavoro consisteva nell’abbozzare a grandi linee una vicenda e nello sceneggiarla sommariamente: l’opera era infatti creata in gran parte dagli attori, che erano liberi di improvvisare dialoghi, monologhi, battute comiche e movimenti scenici. Per Goldoni, invece, alle opere teatrali spettava tutta un’altra dignità letteraria, quella della forma scritta e stampata, che le rendesse definitive, pur riadattabili a seconda dei desideri, e tramandabili.

Goldoni propose dunque un passaggio fondamentale nel teatro: quello dalla commedia “di intreccio” a quella “di carattere”. Nella prima, basata su personaggi stereotipati o  maschere, dotati di caratteri e comportamenti perfettamente riconoscibili e prevedibili fin dall’inizio, lo spettatore era solamente interessato allo svilupparsi della vicenda, che era sempre caratterizzata da storie fantasiose, vicende improbabili, equivoci, scambi di persona, colpi di scena; nella seconda, invece, il carattere dei personaggi andava scoperto piano piano, si definiva man mano che l’opera prendeva forma: il pubblico non doveva appassionarsi alla trama, decisamente meno complessa, ma allo sviluppo e alla scoperta della psicologia dei personaggi. Per questo scopo, era necessario che le maschere abbandonassero definitivamente la scena, così come le trame inverosimili e il linguaggio barocco che niente aveva a che fare con la lingua del popolo.

Il teatro di Goldoni, quindi, risulta figlio del pensiero razionale illuminista, che vuole la gente comune al centro della Storia: le vicende quotidiane, le figure umili, il linguaggio dialettale, dovevano avere un intento politico e pedagogico, agendo come uno specchio nel quale il popolo potesse rivedere se stesso e riflettere su se stesso, definendo la sua identità e il suo ruolo nella Storia.

 

Si conclude il viaggio nella storia delle Marche!

Eccoci giunti all’ultima tappa del nostro excursus nella storia delle Marche. Dopo aver percorso insieme tutti i momenti salienti della storia della nostra regione, oggi ci concentriamo sugli eventi del Novecento, un secolo in cui le sorti della nostra regione sono ormai saldamente unite a quelle dell’Italia intera.

6ª TAPPA
Dall’Unità d’Italia ai nostri giorni

Le Marche entrarono a far parte del Regno d’Italia con il plebiscito del 2 e 5 novembre e il Regio Decreto del 17 dicembre del 1860. In conseguenza di ciò, si ebbero alcune modifiche: la regione rimase divisa nelle quattro province di Ancona, Ascoli Piceno, Macerata e Pesaro e Urbino, con la soppressione quindi delle delegazioni pontificie di Camerino e Fermo (quest’ultima tornata operativa dal 2009), mentre la città di Gubbio, fino a quel momento parte della provincia di Pesaro e Urbino, passò a Perugia e all’Umbria.

La fine del XIX secolo fu caratterizzata da un crescente sviluppo e da un generale benessere per l’Italia e per le Marche: innanzitutto migliorarono le condizioni igieniche, si costruirono nuove reti ferroviarie per collegare le città marchigiane al resto dell’Italia, e la maggiore libertà di stampa favorì la nascita dei primi giornali, come il Corriere delle Marche; tuttavia, a livello economico la regione restava ancora piuttosto arretrata, basata principalmente sulle attività agricole, e ciò portò a un crescente malcontento sociale e ad una notevole spinta migratoria: molti furono infatti i contadini marchigiani che lasciarono le nostre terre per cercare fortuna altrove, soprattutto negli Stati Uniti.

All’avvicinarsi della prima guerra mondiale, le tensioni politiche e sociali in tutto il Paese erano ormai profondissime ed insanabili. Nel 1914, dopo una nuova serie di agitazioni e scioperi, Ancona e le Marche furono il fulcro di una settimana di insurrezione popolare, caratterizzata da saccheggi e occupazioni, nota come “settimana rossa”: il 7 giugno, infatti, in occasione della festa dello Statuto Albertino, si tenne ad Ancona una manifestazione di protesta, che si concluse però con l’uccisione di tre manifestanti da parte delle forze di polizia. L’ondata di proteste ed indignazione superò abbondantemente i confini regionali, raggiungendo l’Emilia Romagna e la Toscana, e si concluse solo con l’intervento dell’esercito che pose fine alla rivolta.

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Con lo scoppio della prima guerra mondiale, le Marche furono tra le prime ad essere attaccate: i porti marchigiani furono infatti subito colpiti dai bombardamenti della flotta austro-ungarica; tuttavia, non si registrarono altri gravi danni negli anni successivi della guerra. Molti uomini furono arruolati e mandati a combattere al fronte, e molti sono oggi le lapidi ed i monumenti rimasti a commemorarli.

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Dopo la fine della guerra, la situazione sociale e politica delle Marche e dell’Italia intera si presentava più instabile che mai: i disordini sociali erano all’ordine del giorno e la diffusione prorompente di nuove forze e movimenti politici era destinata a condizionare l’immediato futuro del Paese. Al 1920 risale la cosiddetta “rivolta dei Bersaglieri”, una sommossa scoppiata ad Ancona, e diffusasi in altre parti d’Italia, in seguito al rifiuto di alcuni soldati dell’esercito italiano di partire per l’Albania. Nel 1922, invece, l’intera regione era già sotto il controllo delle squadre fasciste, nell’indifferenza delle autorità civili e religiose. Mussolini venne anche in visita ufficiale nelle Marche due volte, nel 1926 e nel 1933.

Con l’inizio della seconda guerra mondiale, anche le Marche si ritrovarono coinvolte nel conflitto e cominciò un lungo periodo caratterizzato dall’occupazione tedesca, dalle deportazioni e dai violenti bombardamenti da parte degli alleati. Le città si spopolarono, mentre gli abitanti cercavano riparo e sicurezza nelle campagne e, a partire dal 1944, si formarono bande regolari di partigiani che partecipavano attivamente alla Resistenza. Lungo il fiume Foglia i tedeschi crearono la linea gotica allo scopo di arrestare l’avanzata anglo-americana, ma le truppe inglesi e polacche riuscirono a giugno a liberare Ascoli Piceno, Macerata e Ancona. Nel settembre dello stesso anno, dopo che Churchill aveva visitato la prima linea sul Metauro, anche Pesaro fu raggiunta: l’intera regione era finalmente libera.

Nel dopoguerra, le Marche gettarono le basi per il grande sviluppo economico della regione: nacquero infatti numerose attività artigianali ed industriali, con forti specializzazioni locali, incentrate soprattutto nei settori alimentare, chimico-farmaceutico, petrolchimico e manifatturiero, che tuttavia non soppiantarono mai la tradizionale attività agricola che da sempre caratterizza la regione.

Nel 1970 nasce ufficialmente la Regione Marche. Negli ultimi decenni le Marche si sono distinte (e continuano a farlo) per la flessibilità economica, per i talenti nel mondo dello sport, per la vivacità culturale e soprattutto per la loro, ancora non pienamente espressa, vocazione turistica: l’unione tra mare, montagna e paesaggio agricolo e rurale, tra enogastronomia e turismo religioso, tra arte e divertimento, l’equilibrio perfetto tra tradizione ed innovazione, la rendono la meta ideale per ogni tipo di visitatore.

Con questa foto, che ripercorre le sei tappe che abbiamo attraversato negli ultimi mesi, salutiamo questa rubrica.

Grazie per averci fatto compagnia in questo emozionante viaggio!

Rudolf Nureyev: storia di una leggenda della danza

Il 6 gennaio del 1993, 25 anni fa, moriva a Parigi Rudolf Nureyev, uno dei più grandi ballerini del XX secolo, protagonista indiscusso della danza tra gli anni ’60 e ’80, icona della vita libera, indipendente e anticonformista, innovatore e rivoluzionario dentro e fuori dal teatro.

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La sua vita intensa, trascorsa calcando i palchi dei più importanti teatri del mondo, muovendosi senza sosta da una città all’altra, sembrava essere già stata profeticamente preannunciata dalla sua nascita, avvenuta il 17 marzo 1938 a bordo di un treno, mentre la madre percorreva la Transiberiana diretta a Vladivostok dal marito.

Nonostante la povertà della famiglia, e l’ostilità verso il futuro da ballerino che Nureyev si era scelto sin da bambino, nel 1955 si trasferì a Leningrado per frequentare l’Accademia di danza fondata da Agrippina Vaganova, dalla quale erano già uscite stelle del calibro di Pavlova e Nijinski. Da subito Nureyev si distinse per il suo talento, e, solo tre anni dopo, divenuto già un mito all’interno dell’Accademia, vinse il prestigioso concorso nazionale di balletto classico tenutosi a Mosca, che gli aprì le porte delle scuole e delle compagnie più rinomate.

Nureyev scelse il teatro Kirov e la guida del maestro Pushkin; quest’ultimo comprenderà immediatamente l’eccezionale dote di Nureyev, capace di fondere in sé l’arte della danza e quella dell’interpretazione, di esprimersi con il corpo e insieme con l’anima, di incantare ed estasiare intere platee.

Tuttavia, la collaborazione con il Kirov non poteva durare a lungo: Nureyev, desideroso di conoscere e sperimentare, era sempre più insofferente alla rigidità delle regole che gli venivano imposte, all’ambiente chiuso della danza in Russia, alla mancanza di un’apertura, di un confronto con l’Occidente.

La svolta avvenne nel 1961: durante una tournée del Kirov a Parigi, Nureyev fu portato all’aeroporto per essere ricondotto in patria; conscio che probabilmente, a causa del suo carattere inquieto e ribelle, non gli sarebbe mai più stato concesso di lasciare la Russia, decise di sfuggire alla sorveglianza degli agenti del Kgb e chiedere asilo politico alla Francia. Questo evento ebbe enorme risonanza e, se in Russia Nureyev fu condannato per alto tradimento, in Occidente egli divenne un simbolo politico contro il comunismo nell’epoca della guerra fredda, una figura amata e molto popolare.

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Ormai destinato a vivere la sua vita in Occidente, Nureyev fu accolto inizialmente dall’International Ballet del Marchese di Cuevas, ma gli incontri più importanti furono con il Balletto Reale Danese e con il Royal Ballet di Londra; nel primo conobbe infatti il suo idolo e modello, il ballerino Erik Bruhn, con cui nacque un’intensa relazione sentimentale, caratterizzata da continue tensioni e separazioni, ma capace di resistere fino alla fine. Al Royal Ballet di Londra, invece, Nureyev troverà la sua più proficua e duratura intesa artistica, con la celebre stella della danza Margot Fonteyn: i due danzeranno tutte le principali opere, come Giselle o Romeo e Giulietta, dando vita a spettacoli memorabili.

La sua carriera fu inarrestabile: si esibì in tutta Europa, da Vienna a Parigi, Londra, Roma, Milano, ma anche New York, presentando un repertorio di grandi opere ottocentesche e di spettacoli dei maggiori autori del Novecento. Non fu però solo ballerino: si cimentò infatti con successo anche come coreografo, dimostrando la sua grande sensibilità e la sua capacità di rendere più moderne le opere classiche, senza tuttavia tradirne l’identità ed il valore.

Solo nel 1987 Gorbaciov gli concesse di tornare in Russia per un periodo di pochi giorni, durante i quali potè visitare la madre gravemente malata e concedere alla sua patria una grande esibizione al teatro Kirov.

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Con il passare del tempo, Nureyev sviluppò una profonda malinconia, derivante dalla consapevolezza dello scorrere del tempo e dalla perdita della sua celebre bellezza. Avrebbe voluto danzare fino alla morte, ma si ammalò di HIV e dovette assistere all’inesorabile progredire della malattia, che, pur impedendogli di mostrarsi come avrebbe voluto, non fece tuttavia venir mai meno la sua fama e soprattutto l’affetto dei suoi ammiratori.

Straordinario interprete classico-romantico, curioso, energico, duttile, espressivo, geniale e allo stesso tempo sregolato, intelligente e ribelle, Nureyev visse una vita al limite, intensa e straordinaria e, dando nuovo vigore a un mondo annoiato e nuova importanza alla figura maschile nel balletto, rivoluzionò in maniera incontrovertibile il mondo della danza, per sempre.

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La danza è tutta la mia vita. Esiste in me una predestinazione, uno spirito che non tutti hanno. Devo portare fino in fondo questo destino: intrapresa questa via non si può più tornare indietro. E’ la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei “quando finirò di vivere”. – Rudolf Nureyev

 

 

LA STORIA DELLE MARCHE: 5ª TAPPA

Dopo le vacanze natalizie, ritorna la rubrica dedicata al racconto della storia della nostra regione. Ci avviciniamo sempre di più ai nostri giorni: la puntata di oggi è dedicata al periodo caratterizzato dall’arrivo di Napoleone e ai moti risorgimentali che portarono all’indipendenza del nostro Paese. Un periodo cruciale, che ha plasmato in modo definitivo il nostro percorso e la nostra identità. Scopriamolo insieme!

5ª TAPPA
Il periodo napoleonico ed il Risorgimento

Grazie a Papa Clemente XII, che nel 1732 aveva designato Ancona come porto franco, accordandole numerosi privilegi e franchigie, la città e tutta la regione assistettero a un rinnovato slancio economico e artistico. In questo secolo, infatti, furono molti i cambiamenti che si registrarono sia sul piano architettonico e artistico, grazie soprattutto all’opera di Luigi Vanvitelli, che sul piano delle idee, grazie alla diffusione dell’Illuminismo; fu proprio questa filosofia a costituire l’impulso per la nascita di riviste e giornali, Atenei ed Accademie, tra cui l’Accademia Georgica dei Sollevati, a Treia.

La diffusione del clima illuministico precedette di poco l’arrivo nelle Marche di Napoleone Bonaparte, avvenuto nel 1796; sulla scorta delle idee rivoluzionarie, molte città insorsero per ottenere l’indipendenza dallo Stato Pontificio: questo fu l’inizio di una serie di sconvolgimenti che minarono la tranquillità della regione per oltre mezzo secolo.

Nel 1797, siglando il Trattato di Tolentino, Napoleone acconsentì a riconsegnare le Marche allo Stato Pontificio in cambio di denaro ed opere d’arte, tuttavia l’occupazione francese non cessò. Si costituì così la Repubblica Anconitana, cui aderirono molte città marchigiane, che nel 1798 confluì nella Repubblica Romana.

Il 1808 fu un anno molto importante per la regione: non solo venne annessa al Regno d’Italia napoleonico, ma venne per la prima volta ufficialmente denominata col nome plurale “Marche”, che ne sanciva l’unità e al contempo sottolineava le varietà e le differenze locali. Questa fase costituì per le Marche anche l’occasione di modernizzare il proprio sistema legale ed amministrativo. La regione fu infatti divisa in questo periodo in tre dipartimenti: del Metauro, con capoluogo Ancona, del Musone, con capoluogo Macerata, del Tronto, che faceva capo a Fermo.

Un significativo passo indietro si verificò però nel 1815: Gioacchino Murat, re di Napoli che aveva preso il posto di Napoleone nella campagna contro l’esercito austriaco, fu sconfitto nella battaglia di Tolentino. La conseguenza fu che le Marche tornarono tra i possedimenti dello Stato Pontificio, il quale abrogò tutti gli statuti comunali e cambiò di nuovo l’organizzazione amministrativa; si costituirono allora sei delegazioni: Urbino e Pesaro, Ancona, Macerata, Fermo, Ascoli Piceno e Camerino.

Nonostante il ritorno alla situazione precedente l’arrivo di Napoleone, qualcosa era definitivamente cambiato: gli ideali indipendentisti e nazionalisti non erano sopiti e di lì a poco iniziarono a moltiplicarsi tumulti in varie città della regione. Si registrarono anche numerosi arresti di congiurati carbonari tra Macerata, Ascoli Piceno e Pesaro.

Quando iniziò il periodo delle guerre di indipendenza, le città marchigiane, pur sottoposte all’occupazione austriaca dal 1849 al 1957, parteciparono compatte alle lotte per l’unificazione nazionale: restano celebri i moti di Macerata e l’eroica resistenza di Ancona durante l’assedio austriaco del 1849. Una delle battaglie più importanti per il nuovo regno, e la più importante per la regione, si combatté proprio nelle Marche, a Castelfidardo, nel 1860. Con la vittoria dell’esercito del regno di Sardegna su quello dello Stato Pontificio, i territori conquistati da Garibaldi, a sud, e quelli liberati da Vittorio Emanuele II, a nord, furono riuniti, e le Marche entrarono finalmente a far parte del Regno d’Italia.

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La prossima tappa sarà quella conclusiva, che ci porterà fino ai nostri giorni e terminerà questo breve, ma intenso viaggio che ci ha accompagnato durante questi mesi. Non perdertela!