Si conclude il viaggio nella storia delle Marche!

Eccoci giunti all’ultima tappa del nostro excursus nella storia delle Marche. Dopo aver percorso insieme tutti i momenti salienti della storia della nostra regione, oggi ci concentriamo sugli eventi del Novecento, un secolo in cui le sorti della nostra regione sono ormai saldamente unite a quelle dell’Italia intera.

6ª TAPPA
Dall’Unità d’Italia ai nostri giorni

Le Marche entrarono a far parte del Regno d’Italia con il plebiscito del 2 e 5 novembre e il Regio Decreto del 17 dicembre del 1860. In conseguenza di ciò, si ebbero alcune modifiche: la regione rimase divisa nelle quattro province di Ancona, Ascoli Piceno, Macerata e Pesaro e Urbino, con la soppressione quindi delle delegazioni pontificie di Camerino e Fermo (quest’ultima tornata operativa dal 2009), mentre la città di Gubbio, fino a quel momento parte della provincia di Pesaro e Urbino, passò a Perugia e all’Umbria.

La fine del XIX secolo fu caratterizzata da un crescente sviluppo e da un generale benessere per l’Italia e per le Marche: innanzitutto migliorarono le condizioni igieniche, si costruirono nuove reti ferroviarie per collegare le città marchigiane al resto dell’Italia, e la maggiore libertà di stampa favorì la nascita dei primi giornali, come il Corriere delle Marche; tuttavia, a livello economico la regione restava ancora piuttosto arretrata, basata principalmente sulle attività agricole, e ciò portò a un crescente malcontento sociale e ad una notevole spinta migratoria: molti furono infatti i contadini marchigiani che lasciarono le nostre terre per cercare fortuna altrove, soprattutto negli Stati Uniti.

All’avvicinarsi della prima guerra mondiale, le tensioni politiche e sociali in tutto il Paese erano ormai profondissime ed insanabili. Nel 1914, dopo una nuova serie di agitazioni e scioperi, Ancona e le Marche furono il fulcro di una settimana di insurrezione popolare, caratterizzata da saccheggi e occupazioni, nota come “settimana rossa”: il 7 giugno, infatti, in occasione della festa dello Statuto Albertino, si tenne ad Ancona una manifestazione di protesta, che si concluse però con l’uccisione di tre manifestanti da parte delle forze di polizia. L’ondata di proteste ed indignazione superò abbondantemente i confini regionali, raggiungendo l’Emilia Romagna e la Toscana, e si concluse solo con l’intervento dell’esercito che pose fine alla rivolta.

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Con lo scoppio della prima guerra mondiale, le Marche furono tra le prime ad essere attaccate: i porti marchigiani furono infatti subito colpiti dai bombardamenti della flotta austro-ungarica; tuttavia, non si registrarono altri gravi danni negli anni successivi della guerra. Molti uomini furono arruolati e mandati a combattere al fronte, e molti sono oggi le lapidi ed i monumenti rimasti a commemorarli.

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Dopo la fine della guerra, la situazione sociale e politica delle Marche e dell’Italia intera si presentava più instabile che mai: i disordini sociali erano all’ordine del giorno e la diffusione prorompente di nuove forze e movimenti politici era destinata a condizionare l’immediato futuro del Paese. Al 1920 risale la cosiddetta “rivolta dei Bersaglieri”, una sommossa scoppiata ad Ancona, e diffusasi in altre parti d’Italia, in seguito al rifiuto di alcuni soldati dell’esercito italiano di partire per l’Albania. Nel 1922, invece, l’intera regione era già sotto il controllo delle squadre fasciste, nell’indifferenza delle autorità civili e religiose. Mussolini venne anche in visita ufficiale nelle Marche due volte, nel 1926 e nel 1933.

Con l’inizio della seconda guerra mondiale, anche le Marche si ritrovarono coinvolte nel conflitto e cominciò un lungo periodo caratterizzato dall’occupazione tedesca, dalle deportazioni e dai violenti bombardamenti da parte degli alleati. Le città si spopolarono, mentre gli abitanti cercavano riparo e sicurezza nelle campagne e, a partire dal 1944, si formarono bande regolari di partigiani che partecipavano attivamente alla Resistenza. Lungo il fiume Foglia i tedeschi crearono la linea gotica allo scopo di arrestare l’avanzata anglo-americana, ma le truppe inglesi e polacche riuscirono a giugno a liberare Ascoli Piceno, Macerata e Ancona. Nel settembre dello stesso anno, dopo che Churchill aveva visitato la prima linea sul Metauro, anche Pesaro fu raggiunta: l’intera regione era finalmente libera.

Nel dopoguerra, le Marche gettarono le basi per il grande sviluppo economico della regione: nacquero infatti numerose attività artigianali ed industriali, con forti specializzazioni locali, incentrate soprattutto nei settori alimentare, chimico-farmaceutico, petrolchimico e manifatturiero, che tuttavia non soppiantarono mai la tradizionale attività agricola che da sempre caratterizza la regione.

Nel 1970 nasce ufficialmente la Regione Marche. Negli ultimi decenni le Marche si sono distinte (e continuano a farlo) per la flessibilità economica, per i talenti nel mondo dello sport, per la vivacità culturale e soprattutto per la loro, ancora non pienamente espressa, vocazione turistica: l’unione tra mare, montagna e paesaggio agricolo e rurale, tra enogastronomia e turismo religioso, tra arte e divertimento, l’equilibrio perfetto tra tradizione ed innovazione, la rendono la meta ideale per ogni tipo di visitatore.

Con questa foto, che ripercorre le sei tappe che abbiamo attraversato negli ultimi mesi, salutiamo questa rubrica.

Grazie per averci fatto compagnia in questo emozionante viaggio!

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Rudolf Nureyev: storia di una leggenda della danza

Il 6 gennaio del 1993, 25 anni fa, moriva a Parigi Rudolf Nureyev, uno dei più grandi ballerini del XX secolo, protagonista indiscusso della danza tra gli anni ’60 e ’80, icona della vita libera, indipendente e anticonformista, innovatore e rivoluzionario dentro e fuori dal teatro.

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La sua vita intensa, trascorsa calcando i palchi dei più importanti teatri del mondo, muovendosi senza sosta da una città all’altra, sembrava essere già stata profeticamente preannunciata dalla sua nascita, avvenuta il 17 marzo 1938 a bordo di un treno, mentre la madre percorreva la Transiberiana diretta a Vladivostok dal marito.

Nonostante la povertà della famiglia, e l’ostilità verso il futuro da ballerino che Nureyev si era scelto sin da bambino, nel 1955 si trasferì a Leningrado per frequentare l’Accademia di danza fondata da Agrippina Vaganova, dalla quale erano già uscite stelle del calibro di Pavlova e Nijinski. Da subito Nureyev si distinse per il suo talento, e, solo tre anni dopo, divenuto già un mito all’interno dell’Accademia, vinse il prestigioso concorso nazionale di balletto classico tenutosi a Mosca, che gli aprì le porte delle scuole e delle compagnie più rinomate.

Nureyev scelse il teatro Kirov e la guida del maestro Pushkin; quest’ultimo comprenderà immediatamente l’eccezionale dote di Nureyev, capace di fondere in sé l’arte della danza e quella dell’interpretazione, di esprimersi con il corpo e insieme con l’anima, di incantare ed estasiare intere platee.

Tuttavia, la collaborazione con il Kirov non poteva durare a lungo: Nureyev, desideroso di conoscere e sperimentare, era sempre più insofferente alla rigidità delle regole che gli venivano imposte, all’ambiente chiuso della danza in Russia, alla mancanza di un’apertura, di un confronto con l’Occidente.

La svolta avvenne nel 1961: durante una tournée del Kirov a Parigi, Nureyev fu portato all’aeroporto per essere ricondotto in patria; conscio che probabilmente, a causa del suo carattere inquieto e ribelle, non gli sarebbe mai più stato concesso di lasciare la Russia, decise di sfuggire alla sorveglianza degli agenti del Kgb e chiedere asilo politico alla Francia. Questo evento ebbe enorme risonanza e, se in Russia Nureyev fu condannato per alto tradimento, in Occidente egli divenne un simbolo politico contro il comunismo nell’epoca della guerra fredda, una figura amata e molto popolare.

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Ormai destinato a vivere la sua vita in Occidente, Nureyev fu accolto inizialmente dall’International Ballet del Marchese di Cuevas, ma gli incontri più importanti furono con il Balletto Reale Danese e con il Royal Ballet di Londra; nel primo conobbe infatti il suo idolo e modello, il ballerino Erik Bruhn, con cui nacque un’intensa relazione sentimentale, caratterizzata da continue tensioni e separazioni, ma capace di resistere fino alla fine. Al Royal Ballet di Londra, invece, Nureyev troverà la sua più proficua e duratura intesa artistica, con la celebre stella della danza Margot Fonteyn: i due danzeranno tutte le principali opere, come Giselle o Romeo e Giulietta, dando vita a spettacoli memorabili.

La sua carriera fu inarrestabile: si esibì in tutta Europa, da Vienna a Parigi, Londra, Roma, Milano, ma anche New York, presentando un repertorio di grandi opere ottocentesche e di spettacoli dei maggiori autori del Novecento. Non fu però solo ballerino: si cimentò infatti con successo anche come coreografo, dimostrando la sua grande sensibilità e la sua capacità di rendere più moderne le opere classiche, senza tuttavia tradirne l’identità ed il valore.

Solo nel 1987 Gorbaciov gli concesse di tornare in Russia per un periodo di pochi giorni, durante i quali potè visitare la madre gravemente malata e concedere alla sua patria una grande esibizione al teatro Kirov.

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Con il passare del tempo, Nureyev sviluppò una profonda malinconia, derivante dalla consapevolezza dello scorrere del tempo e dalla perdita della sua celebre bellezza. Avrebbe voluto danzare fino alla morte, ma si ammalò di HIV e dovette assistere all’inesorabile progredire della malattia, che, pur impedendogli di mostrarsi come avrebbe voluto, non fece tuttavia venir mai meno la sua fama e soprattutto l’affetto dei suoi ammiratori.

Straordinario interprete classico-romantico, curioso, energico, duttile, espressivo, geniale e allo stesso tempo sregolato, intelligente e ribelle, Nureyev visse una vita al limite, intensa e straordinaria e, dando nuovo vigore a un mondo annoiato e nuova importanza alla figura maschile nel balletto, rivoluzionò in maniera incontrovertibile il mondo della danza, per sempre.

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La danza è tutta la mia vita. Esiste in me una predestinazione, uno spirito che non tutti hanno. Devo portare fino in fondo questo destino: intrapresa questa via non si può più tornare indietro. E’ la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei “quando finirò di vivere”. – Rudolf Nureyev

 

 

LA STORIA DELLE MARCHE: 5ª TAPPA

Dopo le vacanze natalizie, ritorna la rubrica dedicata al racconto della storia della nostra regione. Ci avviciniamo sempre di più ai nostri giorni: la puntata di oggi è dedicata al periodo caratterizzato dall’arrivo di Napoleone e ai moti risorgimentali che portarono all’indipendenza del nostro Paese. Un periodo cruciale, che ha plasmato in modo definitivo il nostro percorso e la nostra identità. Scopriamolo insieme!

5ª TAPPA
Il periodo napoleonico ed il Risorgimento

Grazie a Papa Clemente XII, che nel 1732 aveva designato Ancona come porto franco, accordandole numerosi privilegi e franchigie, la città e tutta la regione assistettero a un rinnovato slancio economico e artistico. In questo secolo, infatti, furono molti i cambiamenti che si registrarono sia sul piano architettonico e artistico, grazie soprattutto all’opera di Luigi Vanvitelli, che sul piano delle idee, grazie alla diffusione dell’Illuminismo; fu proprio questa filosofia a costituire l’impulso per la nascita di riviste e giornali, Atenei ed Accademie, tra cui l’Accademia Georgica dei Sollevati, a Treia.

La diffusione del clima illuministico precedette di poco l’arrivo nelle Marche di Napoleone Bonaparte, avvenuto nel 1796; sulla scorta delle idee rivoluzionarie, molte città insorsero per ottenere l’indipendenza dallo Stato Pontificio: questo fu l’inizio di una serie di sconvolgimenti che minarono la tranquillità della regione per oltre mezzo secolo.

Nel 1797, siglando il Trattato di Tolentino, Napoleone acconsentì a riconsegnare le Marche allo Stato Pontificio in cambio di denaro ed opere d’arte, tuttavia l’occupazione francese non cessò. Si costituì così la Repubblica Anconitana, cui aderirono molte città marchigiane, che nel 1798 confluì nella Repubblica Romana.

Il 1808 fu un anno molto importante per la regione: non solo venne annessa al Regno d’Italia napoleonico, ma venne per la prima volta ufficialmente denominata col nome plurale “Marche”, che ne sanciva l’unità e al contempo sottolineava le varietà e le differenze locali. Questa fase costituì per le Marche anche l’occasione di modernizzare il proprio sistema legale ed amministrativo. La regione fu infatti divisa in questo periodo in tre dipartimenti: del Metauro, con capoluogo Ancona, del Musone, con capoluogo Macerata, del Tronto, che faceva capo a Fermo.

Un significativo passo indietro si verificò però nel 1815: Gioacchino Murat, re di Napoli che aveva preso il posto di Napoleone nella campagna contro l’esercito austriaco, fu sconfitto nella battaglia di Tolentino. La conseguenza fu che le Marche tornarono tra i possedimenti dello Stato Pontificio, il quale abrogò tutti gli statuti comunali e cambiò di nuovo l’organizzazione amministrativa; si costituirono allora sei delegazioni: Urbino e Pesaro, Ancona, Macerata, Fermo, Ascoli Piceno e Camerino.

Nonostante il ritorno alla situazione precedente l’arrivo di Napoleone, qualcosa era definitivamente cambiato: gli ideali indipendentisti e nazionalisti non erano sopiti e di lì a poco iniziarono a moltiplicarsi tumulti in varie città della regione. Si registrarono anche numerosi arresti di congiurati carbonari tra Macerata, Ascoli Piceno e Pesaro.

Quando iniziò il periodo delle guerre di indipendenza, le città marchigiane, pur sottoposte all’occupazione austriaca dal 1849 al 1957, parteciparono compatte alle lotte per l’unificazione nazionale: restano celebri i moti di Macerata e l’eroica resistenza di Ancona durante l’assedio austriaco del 1849. Una delle battaglie più importanti per il nuovo regno, e la più importante per la regione, si combatté proprio nelle Marche, a Castelfidardo, nel 1860. Con la vittoria dell’esercito del regno di Sardegna su quello dello Stato Pontificio, i territori conquistati da Garibaldi, a sud, e quelli liberati da Vittorio Emanuele II, a nord, furono riuniti, e le Marche entrarono finalmente a far parte del Regno d’Italia.

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La prossima tappa sarà quella conclusiva, che ci porterà fino ai nostri giorni e terminerà questo breve, ma intenso viaggio che ci ha accompagnato durante questi mesi. Non perdertela!

Quando il Natale arriva a teatro…

Che lo si consideri una celebrazione fondamentale della religione cattolica o una festa laica tipicamente moderna e occidentale, che lo si intenda come momento di gioia e affetto o come trionfo del consumismo, che lo si veda con gli occhi speranzosi di un bambino o con lo sguardo ormai disilluso degli adulti, il Natale rimane per tutti un momento fondamentale che si ripete ogni anno per tutta la nostra vita. Il periodo del Natale racchiude da sempre in sé una sacralità e una potenza evocativa che fanno sì che non si possa restare indifferenti alla sua magia. Naturalmente questo tema non poteva non trovare espressione anche nel teatro, che per sua natura è alla costante ricerca di suggestioni, di poesia, di narrazioni capaci di coinvolgere e commuovere.

Quando ci riferiamo a opere teatrali connesse al Natale, dobbiamo innanzitutto fare una grande distinzione: esistono infatti, da un lato, opere basate sul tema religioso della Natività, e, dall’altro, opere con una trama non religiosa che però è ambientata nel periodo natalizio.

Le prime opere teatrale legate al tema religioso della Natività risalgono già al XVII secolo. Esse nacquero sulla scia di un’esigenza prettamente pratica, ossia quella di poter proporre opere teatrali durante il periodo dell’Avvento. Infatti, a causa del divieto di rappresentare spettacoli profani nel periodo che precedeva il Natale, gli scrittori si videro costretti a creare opere basate su tematiche religiose che potessero colmare quella parte altrimenti vuota del calendario teatrale. Tuttavia, queste prime opere, i cui libretti erano basati sulla Natività, pur essendo particolarmente studiate ed elaborate, venivano rappresentate perlopiù privatamente, poiché molti teatri pubblici in Italia e negli altri Paesi cattolici erano all’epoca chiusi nel periodo dell’Avvento, e facevano ricominciare la stagione teatrale a Santo Stefano, giorno in cui infatti si annoverano le première di moltissime opere.

Tra i primi esempi di opere a carattere religioso, è possibile citare Il gran Natale di Cristo salvator nostro, di Jacopo Peri e Giovanni Battista da Gagliano, rappresentata per la prima volta il giorno di Natale del 1622, oggi perduta.

Il divieto riguardante gli spettacoli profani nel periodo dell’Avvento cessò solo a metà dell’Ottocento, e da allora sono emerse continuamente nuove opere teatrali con una varietà tematica molto più ampia: alcune con personaggi “normali”, le cui vicende si svolgevano però durante le celebrazioni natalizie; altre incentrate su personaggi di fantasia legati alla tradizione popolare non religiosa, come Babbo Natale o i celebri Spiriti della novella di Charles Dickens, A Christmas Carol. Non mancano infine opere che, pur connesse marginalmente o addirittura affatto con il Natale, vengono ormai tradizionalmente proposte in questo particolare periodo, come Hansel e Gretel di Humperdinck o La Bohème di Puccini, i cui primi due atti sono ambientati in una fredda Vigilia di Natale.

Antiche, contemporanee, tradizionali, religiose, anticonvenzionali: le opere teatrali legate al Natale sono moltissime ed estremamente differenti tra loro. Scopriamo insieme quelle più celebri ed indimenticabili!

 

1. Friedrich Händel, MESSIAH (1741)

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Una tra le più note opere corali della musica occidentale, Messiah si presenta come un oratorio in lingua inglese, e debutta nel 1742 a Dublino. Numerose sono le curiosità legate a quest’opera: oltre ad essere stata composta nell’incredibile lasso di tempo di sole tre o quattro settimane, ha un testo che consiste esclusivamente in versi biblici. È considerata tra i massimi esempi di opere legate al Natale ed alla Natività, sebbene solo il primo terzo dell’oratorio sia dedicato alla nascita di Gesù.

 

2. Pëtr Il’ič Čajkovskij, LO SCHIACCIANOCI (1892)

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La storia di questo balletto, sulle musiche composte da Pëtr Il’ič Čajkovskij, è tratta dal racconto Schiaccianoci e il Re dei Topi, scritto da E.T.A. Hoffmann nel 1816 e successivamente rielaborato e “addolcito” nella versione di Alexandre Dumas. Il balletto prende forma sul confine labile tra sogno e realtà, nella fantasia di una bambina la notte della Vigilia di Natale. Rappresentato per la prima volta nel 1892 a San Pietroburgo, coreografato da Marius Petipa, Lo Schiaccianoci è stato ripreso moltissime volte nel cinema e nel teatro. Nel 2018 è anche prevista l’uscita di una nuova trasposizione cinematografica firmata Disney.

 

3. Eduardo De Filippo, NATALE IN CASA CUPIELLO (1931)

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Celebre commedia tragicomica di Edoardo De Filippo, Natale in casa Cupiello debutta al Teatro Kursaal di Napoli il 23 dicembre del 1931, dopo un lungo lavoro definito dallo stesso autore come “un parto trigemino con una gravidanza di quattro anni”. Spesso interpretata da De Filippo e dai suoi fratelli, creatori della “Compagnia del Teatro Umoristico”, l’opera presenta molte espressioni tipiche del dialetto napoletano, e si presenta come uno spaccato sul carattere partenopeo e sulla condizione umana. Natale in casa Cupiello è ambientata nel periodo natalizio e ruota attorno alle vicende, ai drammi e soprattutto agli equivoci dei vari membri della famiglia Cupiello. Il filo conduttore dell’opera è la pressante domanda – “Te piace ‘o presepe?”– che il padre Luca rivolge agli altri componenti della famiglia, e a cui puntualmente essi, disillusi e disinteressati, rispondono negativamente. Soltanto alla fine, dopo i vari dispiaceri e la consapevolezza di come l’idea di una famiglia felice fosse soltanto illusoria, il figlio Nennillo riesce a rispondere un commosso “sì” al padre ormai sul letto di morte, donandogli finalmente un ultimo momento di felicità. L’opera, nata inizialmente come atto unico e poi successivamente ampliata con altri due atti, ha visto poi numerose rielaborazioni negli anni, sia per il teatro che per la televisione.

 

4. Giancarlo Menotti, AMAHL E I VISITATORI NOTTURNI (1951)

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La prima opera ad essere scritta appositamente per la TV, dietro invito della NBC, segna la nascita di un genere noto come “opera televisiva”. Amahl e i visitatori notturni narra, in chiave favolistica, i misteri dell’Epifania e della Stella Cometa, e trae ispirazione da una tela di Bosch, L’adorazione dei Magi, che Menotti aveva potuto ammirare al Metropolitan di New York. Amahl è un giovane pastore zoppo, che, dopo aver visto in cielo la Stella Cometa, riceve durante la notte la visita dei tre Re Magi, diretti a Betlemme per la nascita di Gesù e alla ricerca di un riparo per la notte. L’opera, caratterizzata da un miracoloso lieto fine, ebbe un grandissimo successo di pubblico, il che fece sì che essa fosse ritrasmessa ogni Vigilia di Natale, per ben tredici anni.

 

5. A CHRISTMAS CAROL (dalla novella di Charles Dickens, 1843)

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Celeberrimo racconto di Charles Dickens, A Christmas Carol rappresenta senza dubbio una delle fonti più inesauribili per gli spettacoli teatrali: i primi adattamenti risalgono infatti già all’Ottocento, e ancora oggi nuove versioni continuano a comparire con una costanza impressionante. Oltre ad essere stato portato un numero infinito di volte a teatro, A Christmas Carol ha dimostrato di adattarsi perfettamente a praticamente ogni mezzo e genere: dal cinema alla radio, dal fumetto alla musica, dalla graphic novel alla televisione. La storia, ormai parte dell’immaginario comune, è quella della trasformazione di Ebenezer Scrooge, vecchio finanziere che, visitato durante la notte di Natale dagli Spiriti del Natale Presente, Passato e Futuro, nonché dal suo ex socio defunto, abbandona il suo carattere scontroso, crudele e solitario per diventare una persona amorevole, generosa e benvoluta da tutti. Una delle versioni teatrali più riuscite è quella scritta e diretta da Tim Dietlein, che, con oltre cinquant’anni consecutivi di rappresentazione, si conferma come la più longeva rappresentazione teatrale della storia.

 

6. Jonn Adams, EL NIÑO (2000)

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Scritta da John Adams e rappresentata per la prima volta a Parigi nel dicembre del 2000, El Niño è un’opera – oratorio che ripropone la storia della Natività da una prospettiva moderna e non convenzionale. L’opera, divisa in due sezioni e della durata complessiva di circa due ore, è incentrata per la prima metà sui pensieri di Maria prima della nascita di Gesù, mentre nella seconda metà tratta la Strage degli Innocenti voluta da Erode e i primi miracoli compiuti da Gesù durante la fuga della famiglia verso la salvezza. La peculiarità di quest’opera è la sua grande varietà di contenuti e di influenze: John Adams utilizza infatti parti di testi biblici, di testi apocrifi e di poesie della tradizione latino-americana, unendo il tutto con lo stile narrativo dell’opera e inscrivendolo nella cornice dell’oratorio.

 

7. Kevin Puts, SILENT NIGHT (2011)

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Silent Night è un’opera in due atti scritta da Kevin Puts e dal librettista Mark Campbell, basata sul film francese del 2005 Joyeux Noël. Commissionata da Minnesota Opera e coprodotta dalla Opera Company di Philadelphia, Silent Night ha premiato il suo autore non solo con uno straordinario successo di pubblico e di critica, ma anche con la vittoria del Premio Pulitzer per la Musica nel 2012. L’opera è ambientata durante la prima guerra mondiale, e narra della tregua spontanea tra soldati francesi, scozzesi ed inglesi nella Vigilia di Natale del 1914. Cantata in inglese, tedesco, francese, italiano e latino, Silent Night è un’opera potente, che arriva diritta al cuore dello spettatore.

Residenze Marche Spettacolo: incontro con gli autori di “In which society: Cairo A/R”

Lunedì 11 dicembre siamo stati a Polverigi per assistere a una prova a porte aperte dello spettacolo In which society: Cairo A/R, tenutasi nella suggestiva cornice di Villa Nappi nell’ambito del progetto Residenze Marche Spettacolo. Residenze Marche Spettacolo fa parte del progetto interregionale Residenze Artistiche, predisposto dalla Commissione Beni e Attività Culturali delle Regioni e delle Province autonome e dal Mibact, con l’obiettivo di favorire l’insediamento, lo sviluppo e la promozione del sistema delle residenze artistiche intese come esperienze di rinnovamento di processi creativi, di mobilità e di confronto artistico. Il Consorzio Marche Spettacolo è l’ente attuatore per la Regione Marche e attualmente sono tre i progetti di residenza attivati: Villa Nappi, curato da Marche Teatro, Civitanova Casa della Danza, curato da AMAT, e le residenze musicali di Pieve Vecchia di Ginestreto curate dal Consorziato E Lucevan le stelle. Queste strutture sono dedicate ad attività di creazione, perfezionamento professionale, ospitalità e produzione artistica, ma anche alla formazione del pubblico e all’interazione con il territorio ospitante, grazie ai molteplici eventi organizzati ogni anno.

Proprio una prova a porte aperte ha costituito l’occasione per noi di scoprire ed esplorare questa realtà innovativa e di dialogare con gli artisti stessi. In which society: Cairo A/R è un progetto ideato e coreografato da Giovanna Rovedo e Tommaso Monza, nato in seguito all’incontro con due danzatori egiziani avvenuto al Cairo un anno e mezzo prima, che, attraverso l’uso del corpo e l’incontro tra ballerini, performer, artisti, cerca di stimolare un confronto tra persone e culture, indagando le dinamiche della società contemporanea e cercando possibili risposte alle domande del nostro tempo.

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La performance a cui abbiamo assistito costituisce un primo tentativo di stabilire un dialogo tra queste realtà così profondamente lontane, un primo passo verso la comprensione delle diversità e la creazione di un progetto che sia l’esito compiuto di un percorso di riflessione e condivisione. Come hanno infatti affermato i protagonisti al termine della performance, il progetto si trova ancora nella fase di sperimentazione e condivisione di idee, musica e movimenti. Con l’arrivo dei ballerini dall’Egitto, è iniziato un fertile confronto, un lungo racconto delle esperienze, delle storie, dei contesti e dei progetti futuri di ciascuno. Un primo risultato è stato l’emergere di un concetto, un tema intorno cui creare una sequenza di passi e movimenti: il tema della scomparsa e le sue molteplici sfaccettature ed interpretazioni, che lo rendono declinabile sia in senso astratto, esistenziale, che in senso concreto, politico e culturale. Questo tema trova già espressione in questa prima prova, in cui sono quasi assenti i contatti tra i vari performer: una scelta che cerca di proporre l’idea di una scomparsa anche da se stessi, di un isolamento sulla scena: isolamento che risulta però solo fisico, in quanto si rivela la presenza di un costante legame di sguardi e di pensieri, in grado di assicurare la fluidità e la coerenza dei passi e dei movimenti. E questo è forse sia un primo passo che un punto di arrivo, dal momento che viene già proposta una trasposizione artistica della società contemporanea, in cui, pur diversi in molti aspetti, risultiamo tutti connessi da fili invisibili.

Alla scoperta della storia delle Marche con la 4ª tappa del nostro viaggio!

Bentornati nella nostra rubrica, dedicata alla scoperta della regione Marche a partire dall’elemento più fondamentale: la sua storia. Dopo esserci lasciati alle spalle le invasioni barbariche, ci immergiamo oggi nel periodo storico a cavallo tra Medioevo e Rinascimento, ricco di cambiamenti politici, ma soprattutto estremamente fecondo a livello artistico e culturale. Buona lettura!

4ª TAPPA
Tra Medioevo e Rinascimento

Il lungo periodo delle invasioni barbariche vide la sua fine solo con l’arrivo di Carlo Magno, che, a capo dell’esercito franco, sconfisse definitivamente i Longobardi nel 773 d.C. e, onorando la Promissio Carisiaca siglata dal padre, Pipino il Breve, donò a Papa Adriano I la parte settentrionale delle Marche, che entrò così a far parte dello Stato della Chiesa. È a questo periodo che risale la diffusione del monachesimo nelle Marche: numerosi furono, infatti, i monasteri benedettini e le abbazie che sorsero nelle principali vie di comunicazione dell’epoca e nei percorsi tracciati dai primi Romei, i pellegrini diretti a Roma.

 

 

La debolezza del potere ecclesiastico, tuttavia, in concomitanza con nuove incursioni da parte di Normanni e Saraceni, consentì la crescita costante dell’autonomia delle singole realtà locali: fu così che nel corso dell’ XI secolo si diffuse il fenomeno dei liberi Comuni. Queste città, spesso in lotta tra loro per il dominio sui territori circostanti, affinarono nel tempo la loro organizzazione e, nel XII secolo, assunsero una nuova forma governativa: il potere esecutivo era in mano ad un consiglio di Anziani, quello legislativo a un Consiglio di rappresentanti delle Arti e dei Mestieri, mentre il potere giudiziario, così come il controllo dell’ordine pubblico, era detenuto da un Podestà. I liberi Comuni più importanti che si formarono nelle Marche furono quelli di Pesaro, Fano, Ancona, Jesi, Fermo e Ascoli Piceno. Ancona, in particolare, divenne una repubblica marinara e, grazie ai suoi rapporti marittimi con l’Oriente, visse grandi momenti di splendore artistico e culturale.

 

 

A partire dal XIII secolo, in molti Comuni iniziò ad affermarsi il dominio di alcune famiglie influenti, così, nel Rinascimento, queste città si trasformarono in Signorie, la prima delle quali fu quella dei Montefeltro, che si costituì ad Urbino. Altre Signorie importanti nelle Marche furono quelle dei Chiavelli a Fabriano, degli Smeducci a San Severino Marche, dei Malatesta a Gradara, dei Varano a Camerino e della famiglia Della Rovere a Senigallia. In queste città si riunivano i più influenti artisti del tempo, chiamati a creare opere di architettura, pittura, poesia e musica, e ciò rese quest’epoca un periodo culturale ed artistico particolarmente ricco.

A partire dal 1353, tuttavia, con la nomina del cardinale Egidio Albornoz a vicario generale dei domini della Chiesa in Italia e la conseguente emanazione delle Costituzioni Egidiane, lo Stato della Chiesa si adoperò per riunire tutti i Comuni e le Signorie della regione sotto il suo controllo diretto o indiretto. Il nuovo assetto politico prevedeva l’esistenza di cinque città maggiori (Ancona, Ascoli Piceno, Camerino, Fermo ed Urbino), nove città grandi (Cagli, Fabriano, Fano, Fossombrone, Jesi, Macerata, Pesaro, Recanati e San Severino Marche), ventidue città e terre medie, ventisei città e terre piccole e tredici terre minori.

Nonostante vari assedi, guerre, conquiste e cambiamenti, le Marche rimarranno parte dello Stato della Chiesa fino al 1860.

A presto con la 5ª tappa del viaggio!

Beniamino Gigli: storia del grande tenore marchigiano

“Una voce stupenda, uno smalto d’oro bianco – di platino, quasi – distesa con lo stesso spessore su una gamma di almeno 14 note tra il Re sotto il rigo e il Do acuto; senza incrinature, senza macchia. Larga, sostanziosa in ogni suono, flessibile, carezzevole e grata negli accenti anche più risoluti…”: così il critico Eugenio Gara descriveva Beniamino Gigli all’indomani della sua morte. Lungi dall’essere solo una voce eccezionale, però, Beniamino Gigli fu anche un uomo dal grande talento e dalla personalità unica, capace di condurre una vita intensa, affascinante, cui fece da sfondo un secolo caratterizzato da grandi sconvolgimenti politici e sociali.

Ultimo di sei figli, Beniamino Gigli nacque a Recanati nel 1890. Mostrò fin da bambino spiccate doti canore e, all’età di sette anni, entrò a far parte del Coro Pueri Cantores della Cattedrale di Recanati. Nonostante la povertà della famiglia, Gigli riuscì, grazie a svariati lavori e sacrifici, a prendere lezioni di canto dal maestro Quirino Lazzarini, direttore del Coro della Santa Casa di Loreto.

La prima svolta arrivò a quindici anni, quando fu scelto a Macerata come protagonista femminile dell’operetta di Alessandro Billi, La fuga di Angelica. Grazie a questa buona prova, e alle altre che seguirono, la famiglia si convinse a mandarlo a Roma, dove ebbe la possibilità di studiare al Conservatorio di Santa Cecilia, sotto la guida di Enrico Rosati.

Un altro punto cruciale fu il primo posto ottenuto ad un prestigioso concorso internazionale di canto, tenutosi a Parma nel 1914. Un aneddoto curioso legato a questo evento riporta come un membro della giuria, particolarmente impressionato dall’esibizione di Gigli, avesse scritto nella propria valutazione un entusiastico quanto profetico “Abbiamo finalmente trovato il tenore!!”. Nell’ottobre dello stesso anno Gigli avrà infatti il suo debutto teatrale, interpretando Enzo nell’opera La Gioconda di Amilcare Ponchielli al Teatro Sociale di Rovigo, e da quel momento la sua carriera conoscerà una forte e costante ascesa, che lo porterà ad esibirsi in tutti i ruoli ed in tutti i teatri italiani principali, come il Teatro Alla Scala di Milano, in cui cantò nel Mefistofele di Arrigo Boito, diretto da Arturo Toscanini.

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Il lavoro di Gigli negli anni successivi si spostò poi all’estero, toccando, tra le altre città, Madrid, Montecarlo, Rio de Janeiro, Buenos Aires, fino ad approdare nel 1920 al Teatro Metropolitan di New York, dove rimase protagonista incontrastato della scena lirica per dodici anni. Interprete di ben 28 ruoli, a New York Gigli fu definitivamente incoronato come l’erede, per quanto concerne il repertorio lirico e romantico, di Enrico Caruso, morto nel 1921; pare tuttavia fosse solito replicare, a chi lo definiva il “Caruso Secondo”, di preferire l’appellativo di “Gigli Primo”. In questi anni gloriosi, la fama di Gigli arrivò anche in altre città americane, come Chicago, Philadelphia o San Francisco, mentre nel 1930, grazie ad una tournée in Europa, fece il suo debutto al Covent Garden di Londra.

Nel 1932, dopo che la Grande Depressione aveva costretto anche il Metropolitan a ridurre i compensi per i suoi interpreti, Beniamino Gigli tornò in Italia, svolgendo gran parte della sua attività nel Teatro dell’Opera di Roma.

Con la guerra, la carriera di Gigli si arrestò temporaneamente, anche in seguito alle accuse di collaborazionismo con il regime fascista di Mussolini, che gli costarono l’esclusione dal grande concerto toscaniniano che inaugurava il Teatro alla Scala di Milano nel dopoguerra. Avvicinatosi allora alla Democrazia Cristiana, tornò presto sulla scena, esibendosi nel marzo del 1945 nella Tosca al Teatro di Roma.

Gigli continuò la sua attività, a livello sia nazionale che internazionale, fino al 1955, quando, per motivi di salute, diede l’addio alle scene con un’ultima tournée americana, conclusasi alla Constitution Hall di Washington con l’ultimo concerto assoluto del grande tenore italiano. Tornato a Roma, morirà due anni dopo, il 30 novembre 1957.

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Dotato sia di un grande talento naturale che di una tecnica invidiabile, visibile soprattutto nella sua insuperata esecuzione del “falsettone”, Beniamino Gigli occupa un posto di rilievo nella storia dell’opera lirica italiana. Il suo canto fluido, dolce e al contempo potente, capace di mostrare costante tensione drammatica e pura emotività, lo resero uno dei massimi tenori del nostro tempo. Tra le sue interpretazioni più celebri, vanno ricordate quelle in L’elisir d’amore di Donizetti, La Traviata e Aida di Verdi, la Bohème e la Tosca di Puccini, Andrea Chénier di Giordano e Cavalleria Rusticana, diretto dallo stesso Mascagni.

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Deve parte della sua fama anche alle sue apparizioni cinematografiche, in cui rese celebri alcuni dei brani più noti della canzone italiana, come Non ti scordar di me e Mamma (ascoltala qui) , e alle sue interpretazioni del repertorio musicale napoletano, in cui emergeva l’intrinseca bellezza e sincerità della personalità e dell’esecuzione di Gigli, che ancora oggi lo rendono immediatamente riconoscibile e apprezzabile.

Un pensiero conclusivo sulla figura e sull’importanza di Beniamino Gigli, oggi che ricorre il 60° anniversario della sua morte, può essere quello di Paolo Isotta, critico e musicologo, che scrisse:

“Onore a Gigli, altissimo tenore, una voce luminosa, una tecnica straordinaria. Una figura del tutto eccezionale della quale si parla e si scrive troppo poco. Eppure si tratta, insieme con Caruso, forse persino al di sopra di lui, del più grande tenore di questo secolo. Quando si ciancia sui meriti (beri o presunti) dei divi attuali, Gigli andrebbe tenuto come termine di paragone; in molti casi, come il metro stesso al quale giudicare tutti gli altri…”.